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Il Nuovo Ordine Mondiale ora passa anche per Damasco
(André Glucksmann, Il Corriere della Sera, 19 dicembre 2012).

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Prologo

Nei due articoli sulle cause delle due guerre mondiali, pubblicati recentemente in questo sito, ho parlato delle occasioni create dagli Usa per entrare in guerra ed estendere il suo dominio sull’Europa.

Nel presente articolo cerco di far un po’ di luce sulle vicende vicino e medio orientali, che dall’Afghanistan (2001), all’Iraq (2003), alla Libia, alla Tunisia e Siria (2011-2013) ci stanno portando sull’orlo di una guerra mondiale, in cui la posta in palio è il dominio della quasi totalità del globo che l’imperialismo americano e israeliano vogliono estendere anche sul mondo arabo (“Nuovo Ordine Mondiale”) e di lì arrivare alla Russia di Putin (già intaccata dalle rivoluzioni arancioni del Novanta, pilotate dalla Cia, e riscoppiate proprio in questi giorni in Ucraina) e ad arrestare l’avanzata economica della Cina, la quale nel 2004 ha firmato un contratto di scambi economici, concernenti il petrolio ed i gas naturali, di 120 miliardi di dollari con Teheran. Ecco uno dei motivi per cui la Cina si opporrebbe ad un cambio di regime in Siria, che significherebbe la rovina dell’Iran e una grave crisi economica cinese.  Si noti che milioni di musulmani qaidisti vivono in Russia ed in Cina.

Basta guardare una cartina geografica e si vede che a partire dal Libano – andando verso l’est – si giunge in Siria, da questa all’Iraq,  e quindi all’Iran al nord-est del quale si giunge in Russia, la quale a sua volta confina ad est con la Cina e a sud-est con l’Afghanistan.

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Quindi la caduta della Siria comporterebbe un terremoto nei Paesi confinanti: il Libano ad ovest (vicino oriente), l’Iraq e l’Iran ad est (medio oriente) ed infine la Russia e la Cina (estremo oriente). Dopo di che il “Nuovo Ordine Mondiale” sarebbe concluso e perfetto dall’Atlantico al vicino, medio ed estremo oriente, ossia “a mare usque ad marem”.

L’ultima occasione sfruttata dall’America, come abbiamo visto, è stata quella della base navale e aerea di ‘Pearl Harbor’ nel dicembre del 1941. Dopo la fine della seconda guerra mondiale gli Usa e l’Urss si impadronirono a Yalta (1945/46) del mondo dividendolo in due blocchi: quello occidentale/atlantico e quello orientale/bolscevico.

Il crollo dell’Urss (1989-1991)

Con il crollo dell’Impero sovietico, dopo la caduta del “muro di Berlino” e la sconfitta dei sovietici in Afghanistan (1989-1991), la parte orientale del globo si trovava senza un padrone, in preda ad un terremoto geopolitico, con ricadute probabilissime anche sul mondo arabo. Essa poteva essere occupata dagli Usa, che erano restati l’unica superpotenza mondiale, la quale dispone tutt’ora nel medio oriente di due alleati di ferro: Israele e l’Arabia Saudita, accomunati dall’odio verso il nazionalismo-sociale arabo e l’Iran. Ma per entrare in guerra la Costituzione americana esige che gli Usa siano attaccati o si trovino sotto un grave pericolo imminente. Quindi doveva presentarsi all’orizzonte americano “una nuova Pearl Harbor”.

L’11 settembre o la nuova ‘Pearl Harbor’

L’11 settembre del 2001, con l’attacco alle Due Torri Gemelle, l’America ha avuto la sua ‘nuova Pearl Harbor’, ha invaso l’Afghanistan (7 ottobre 2001) e poi l’Iraq (20 marzo 2003), quindi nel 2011 son scoppiate le rivoluzioni “primaverili” arabe che le hanno dato la possibilità di estendere il suo dominio in Egitto, Libia, Tunisia, ma si è impantanata in Siria, la quale è stata aiutata dall’Iran, dal Libano, dalla Russia di Putin e dalla Cina.
Gli  Usa stanno cercando di erigere il ‘Nuovo Ordine Mondiale’ nel vicino e medio oriente, i quali negli anni Novanta non gravitavano più sotto l’impero sovietico e che solo con la Russia di Putin hanno ritrovato un potente alleato in quest’ultima diecina di anni. Israele (appoggiato dai neocon americani, Kristol, Perle, Wolfowitz, Rumsfeld, Kagan, Pipes, Bennett, Bolton e Leeden) ha elaborato un piano analogo. Nel febbraio del 1982 il giornalista israeliano Oded Yion ha scritto per il ministero degli Esteri di Tel Aviv un interessante articolo pubblicato sulla rivista israeliana “Kivunim” su La strategia d’Israele negli anni Ottanta del Novecento. Tale piano prevedeva già nel 1982 la “dissoluzione della Siria, dell’Iraq e del Libano”. Si tratta di una “instabilità costruttiva”, la quale si basa su tre pilastri: 1°) creare e gestire conflitti inter-etnici in medio oriente; 2°) favorire lo spezzettamento geopolitico del mondo arabo; 3°) favorire il settarismo salafita, wahabita, qaidista, jihaidista e della ‘Fratellanza Musulmana’.

La frammentazione del mondo arabo voluta dal Mondialismo

Il mondo arabo attuale è stato messo assieme da Francia e Inghilterra alla fine della prima guerra mondiale, con la caduta dell’impero ottomano nel 1917-18 alleato con la Germania e l’Austria-Ungheria, al solo scopo di controllare le zone ricche di petroli e gas naturali.

L’impero ottomano fu diviso allora in 19 Stati, formati da gruppi etnici e confessioni islamiche non omogenee, in modo tale che vivesse in perpetua instabilità e in un possibile conflitto interno e perciò debole ed incapace di sussistere senza l’apporto delle potenze vincitrici del primo conflitto mondiale (Inghilterra, Francia e Usa).

L’Inghilterra il 2 novembre del 1917 aveva promesso all’ebraismo internazionale “un focolare nazionale” (Dichiarazione Balfour), creando così già i primi attriti con il pur variegato mondo arabo, che hanno destabilizzato, in gran parte, il vicino e medio oriente ed hanno portato alla situazione attuale.

Nel 1920 la Siria cercò di rendersi indipendente dal protettorato francese, ma la Francia invase Damasco il 25 luglio del 1920 e pose fine al disegno “panarabo” siriano di raccogliere attorno a Damasco alcune delle neo-Nazioni arabe, che prima del 1918 facevano parte del grande impero ottomano.

È importante sapere che già nel 1957 i servizi segreti inglesi e americani avevano stilato un documento congiunto intitolato A Collision Course for Intervention, il quale è stato riesumato nel 2003 dal giornalista Ben Fenton (Macmillan Backed Syria Assassination Plot, in “The Guardian”, 27 settembre 2003). Il documento in questione stabiliva per la Siria il seguente progetto: “occorre dispiegare uno sforzo per eliminare alcuni individui-chiave, destabilizzare zone interne in Siria. La ‘Cia’ è pronta, e il ‘Sis’ (oggi ‘MI6’) tenterà di montare sabotaggi minori e degli incidenti all’interno della Siria. Gli scontri alle frontiere forniranno un pretesto all’intervento”.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale nel vicino oriente frammentato si troveranno fianco a fianco lo Stato d’Israele (1948), gli Stati nazionalisti e autoritari (Siria, Iraq, Libia e Tunisia), la monarchia ultra islamista ma filo-occidentale (Arabia Saudita) e le sue galassie (Giordania, Egitto e Marocco).

I Saud e il wahabismo

Per capire quel che succede nel mondo arabo a partire dal 1948 (fondazione dello Stato d’Israele in Palestina) sino ad oggi, è necessario distinguere nell’islam i suoi due rami principali e ufficiali (sunnismo e sciismo) dalle sette scismatiche ed ereticali, che sono specialmente il wahabismo, il salafismo ed hanno come braccio armato al-qa’ida, i ‘Fratelli Musulmani’ e i jaidisti foraggiati dai sauditi. Queste sette odiano l’islam laico, sociale, nazionalista e pronto a collaborare con le altre confessioni religiose per il bene della Nazione (Iraq, Siria, Libia, Tunisia) e lo combattono per distruggerlo, finanziate da Usa e Israele. La guerra in Siria non è una guerra civile, come dicono i media, ma un’aggressione dei wahabiti e sauditi con l’appoggio di Usa, Gb e Israele.  Perciò il destino della Siria riguarda, nell’immediato, anche quello dei due milioni di cristiani che abitano in essa ed attorno ad essa e, nel futuro, quello del globo intero poiché a partire dalla distruzione della Siria si vuol costruire un “Nuovo Ordine Mondiale” diretto dal giudaismo, dalla massoneria, dal calvinismo americanista e dal liberismo selvaggio dei neocon, che si servono del qaidismo come testa d’ariete. Perciò, la questione che tratto è di capitale importanza non solo per ogni uomo ma per i cristiani, che sarebbero i primi a rimetterci in caso di vittoria dei wahabiti qaidisti.

Infatti dall’Arabia Saudita, nata nel 1932 con il placet dell’Inghilterra, la famiglia regnante al-Sa‘ud di confessione wahabita, ha finito per destabilizzare il già fragile equilibrio interno al mondo arabo. Infatti i Sauditi sono i paladini all’interno del mondo arabo dell’islam combattente, ma nello stesso tempo all’estero sono legati all’occidente anglo/americano e allo Stato d’Israele. Essi, perciò, lanciano l’islamismo radicale wahabita-salafita contro i regimi nazionalistici arabi (sia sciiti che sunniti non-wahabiti), a tutto favore del sionismo e dell’americanismo, mentre all’interno professano un feroce estremismo farisaico/calvinista di stampo petrolifero/islamista, come vedremo meglio innanzi. Giustamente Paolo Sensini ha scritto: “gli Stati del Golfo e l’Arabia Saudita sono fragili contenitori che racchiudono solo petrolio”.

Wahabismo salafita contro nazionalismo arabo

Si badi bene che il wahabismo e il salafismo cercano di nascondersi dietro il sunnismo e si presentano come avversari dello sciismo, ma in realtà non hanno  nulla a che vedere neppure con il sunnismo. Infatti il wahabismo è un’eresia e una setta islamica, scissa sia dal ramo sunnita che da quello sciita, fondata da Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab († 1792) e già allora ostile ai sunniti, inoltre Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab, è ritenuto dagli storici dell’islam comunemente un “marrano” (in arabo “ma ‘min” e in turco “donme”) ossia un cripto-ebreo (cfr. W. Madsen, The Donme, in “Strategic Culture Foundation”, 26 ottobre 2011; M. D. Baer, The Donme: Jewish Converts, Stanford, Stanford University Press, 2010).

Quanto all’ideologia salafita il suo fondatore è Jamal al-Din al-Afghani, che nel 1878 fu ammesso nella loggia massonica del Cairo di rito scozzese e nel 1883 fondò la salafiyyah (cfr. S. Amghar, Le Salafisme d’aujourd’hui. Mouvements sectaires en Occident, Parigi, Michalon, 2011; B. Rougier, Qu’est-ce que le Salafisme ?, Parigi, PUF, 2008).

Nel 1924 quando i wahabiti conquistarono la Mecca massacrarono i sunniti che vi abitavano. Ora l’islam si è definitivamente diviso nel 680, quasi subito dopo la morte di Maometto (632), in due rami principali: il sunnismo (che comprende circa l’80% dei musulmani, cioè 680 milioni di persone) e lo sciismo (che ne comprende circa il 16 %, vale a dire 130 milioni), mentre il wahabismo rimonta al 1700 e il salafismo al 1800, cioè circa 900/1000 anni dopo la morte di Maometto e la divisione in due rami dell’islam. I ‘Fratelli Musulmani’ addirittura risalgono al 1928. I media ci presentano il wahabismo come la vera tradizione islamica, invece esso si presenta e si considera come sunnita, ma in realtà è considerato dagli storici delle religioni una setta scismatica dell’islam, che “si pone agli antipodi della tradizione islamica. Si tratta di un settarismo che, grazie alle enormi disponibilità finanziarie dei Saud, si fa passare per ‘islam sunnita’, ma che non lo è affatto e si attribuisce da sé la qualifica di ‘autentico islam’ in contrasto con ogni altro ramo dell’islamismo” (La storica visita del presidente iraniano al Cairo: Ahmadinejad piange sulle tombe dei pii musulmani, in “European Phoenix”, 6 febbraio 2013).

Una probabile terza guerra mondiale?

Il giudice Ferdinando Imposimato ha scritto un interessantissimo libro (La grande menzogna. Il ruolo del Mossad, l’enigma del Niger-gate, la minaccia atomica dell’Iran, Roma, Koinè Nuove Edizioni, 2006). In esso, con documenti alla mano, spiega la genesi degli attentati dell’11 settembre 2001, la guerra all’Iraq del 20 marzo 2003 e la probabilmente futura guerra (nucleare) all’Iran, che scatenerà una catena di ritorsioni nucleari, capaci di sconvolgere la faccia della Terra.

Il magistrato parte da un recente attacco verbale contro l’Onu (Firenze, 12 novembre 2005) da parte di Michael Ledeen (personaggio legato alla Loggia massonica P2 e al Sismi) e Richard Perle, entrambi neoconservatori americani, che dietro imput di Cheney e Rumsfeld,vogliono lanciare l’attacco atomico contro l’Iran, mettendo prima a tacere le resistenze delle Nazioni Unite. Richard Perle è “un ebreo legato al Likud, partito di estrema destra israeliana” (p. 20) e specialmente con Benjamin Netanyahu ha scavalcato a destra anche Ariel Sharon, troppo moderato verso i palestinesi. Assieme a Michael Ledeen, egli dirige l’American Enterprise Institute “noto anche in Italia per i contatti con la P2 e i servizi segreti italiani” (p. 22).

Imposimato, citando Albert Einstein, si chiede: “esiste il rischio di un conflitto nucleare di portata apocalittica, che porterebbe alla fine 2/3 dell’umanità?” (p. 25). Egli risponde affermativamente, asserendo inoltre che l’Iran e la Siria sono i prossimi obiettivi dell’America. Quanto alla 2a guerra contro l’Iraq, essa non fu la conseguenza dell’11 settembre 2001, ma “fu decisa molto tempo prima dell’attacco alle Torri gemelle” (p. 26), verso il 1999/2000. Tale guerra fu fatta “per conquistare le risorse petrolifere del medio oriente ed allargare il dominio degli Usa, offrendo protezione ad Israele, esposta al rischio di un nuovo olocausto” (p. 27). Inoltre, prosegue Imposimato, è falso che “tutto sia cominciato con l’11 settembre 2001”. Infatti già nel febbraio del 1993 “un camioncino con 700 chili di semtex esplose nel parcheggio del WTC” (p. 99). Il 7 agosto 1998 “alcuni camion di esplosivo con kamikaze devastarono le ambasciate americane di Nairobi in Kenia e Dar Es Salam in Tanzania” (p. 100). Infine ci fu l’informazione ricevuta dall’Fbi nell’agosto 2001 di “attacchi terroristici imminenti, su larga scala, contro obiettivi altamente visibili” (p. 103). Dunque, conclude il giudice, si conosceva, e si era già costatato sin dal 1993, la capacità operativa del terrorismo anche in terra americana; ma si è voluto lasciar fare, per attaccare guerra in medio oriente, come a Pearl Halbour nel XX secolo contro il Giappone, e sulle coste di Cuba nel XIX secolo contro la Spagna. Secondo Imposimato (che dimostra sempre quel che scrive), “un governo mondiale invisibile muove le fila dei governi nazionali (…). Tutto ciò con l’avallo dell’estrema destra ebraica, il Likud…, dietro gli eventi del terzo millennio vi è un gigantesco complotto ordito per giustificare la guerra all’Iraq e preparare quella all’Iran” (p. 27).

Dopo lo smacco subito in Iraq, l’America penserebbe di impiegare “armi nucleari di tipo nuovo, piccole bombe atomiche ad effetto territoriale limitato” (p. 32). George W. Bush “si avvale di consiglieri preziosi, come Karl Rove, ebreo legato al Likud, e come Dick Cheney, che ha al suo fianco Lewis Libby, anche lui ebreo vicino a Bibi Netanyahu, capo del Likud. A decidere non è solo Bush, ma lui e il suo staff, che serve anche altri padroni […]. Bush, manovrato da Cheney e Rove, pedine di Netanyahu, intende dominare il mondo con la forza e a furia di guerre preventive può coinvolgere anche l’Europa, a partire all’Iran” (p. 35).

Imposimato scrive che “Bin Laden e al-Qa’ida avevano preparato e organizzato…, la sfida militare agli Usa” (p.40). Ma ammette anche che “del piano sapevano in molti, e primo tra tutti il Mossad, con infiltrati ovunque, e non fecero nulla per impedire l’evento… Dall’11 settembre, il sostegno dell’America a Israele fu automatico” (p. 40). Inoltre lo scandalo dell’uranio che Saddam avrebbe voluto comprare in Niger, per prepararsi la bomba atomica, risulta essere un falso, preparato nel 2000, da un ex agente dei servizi segreti italiani e poi rilanciato dall’Inghilterra. Esso ha costituito la famosa “canna fumante” per scatenare la guerra all’Iraq che non poteva esser tirato dentro l’11 settembre, poiché estraneo alla mentalità di al-Qa’ida (cfr. pp. 41-54).Tuttavia, questa volta, la forza militare e nucleare iraniana è reale e “non può essere sottovalutata” (p. 82). Infatti “il potenziale militare dell’Iran è notevole. Teheran è in possesso di più di 500 missili balistici Sheab-1 e Sheab-2 con una gittata da 300 a 500 km; e di un numero indeterminato di Sheab-3 che hanno una portata di 3000 km ed una carica esplosiva di 700 kg e sono in grado di raggiungere le città e le basi israeliane” (pp. 152-153).

“Manca la certezza della vittoria” (p. 83) ed è solo per questo che non è ancora stata ingaggiata guerra. Inoltre, con Ahmadinajead al potere in Iran, la vittoria di Hamas in Palestina, gli Hezbollah in Libano diretti dalla Siria, si corre verso uno scontro frontale con Israele, alimentato da sionisti, neoconservatori americani e per contrapposizione da al-Qa’ida e Bin Laden. Penso – data anche l’attuale situazione creatasi in Siria, Libano e Turchia – che sia certa la guerra, resta incerto solo chi attaccherà per primo: il blocco arabo anti-israeliano oppure il sionismo-americanista? Purtroppo, uno dei due lo farà sicuramente, scatenando la reazione dell’altro, che porterà alla catastrofe nucleare mondiale. Imposimato ci ricorda che “l’Italia, secondo le dichiarazioni del generale James Jones al New York Times, sarebbe immediatamente coinvolta nel conflitto nucleare più di altri Paesi. Essa, infatti, ospita da Aviano e Ghedi, per conto della Nato, 90 armi atomiche di cui 50 in dotazione di aerei statunitensi e 40 di aerei italiani… L’Italia rappresenta, dunque, un obiettivo nucleare dei nemici dell’America” (p. 135).
Il magistrato conclude così il suo libro: “E’ prevedibile una serie di reazioni a catena dopo l’attacco all’Iran… Sarebbe l’apocalisse più volte evocata da Einstein” (p. 151).

L’alawismo siriano e il wahabismo

Ritornando alla Siria, essa non è anti-sunnita, come scrive comunemente la stampa politicamente corretta, ma anti-wahabita. In Siria i sunniti godono di piena libertà religiosa e il presidente siriano Bashar al-Assad partecipa regolarmente alle celebrazioni sunnite. Invece in Arabia Saudita è proibito insegnare la teologia sunnita tradizionale.

Bashar al-Assad è nusayrita o alawita. Muhammad ibn Nusayr, il fondatore del nusayrismo o alawismo, nell’872 si separò dallo sciismo e assieme ai suoi seguaci emigrò in Siria dall’Iraq. I nusayriti o alawiti sono una corrente dello sciismo di circa 1 milione di persone che vivono in Siria e nelle valli del Libano. “È grottesco che la pretesa di difendere i sunniti siriani venga proprio dall’Arabia Saudita, un  regime diretto da una setta ignorante e fanatica, che ha perseguitato e assassinato i sunniti per oltre 200 anni”.

I nusayriti si distinguono per la loro dottrina del giusto mezzo tra lo zelo esagerato (“gulùw”) e la negligenza (“gafà”) nell’osservanza dell’islam. Essi sono stati accusati dai movimenti estremisti di miscredenza (“kufr”) peggiore di quella degli ebrei e dei cristiani. Gli alawiti trasferitisi in Siria adottarono ivi degli elementi cristiani, si aprirono ad una certa accettazione della SS. Trinità (ma‘nà, ism, bàb), festeggiano l’Epifania e la Pentecoste, hanno numerose cerimonie simili alla Messa cattolica (cfr. Mircea  Eliade, Enciclopedia delle Religioni: l’Islam, Milano, Jaca Book, pp. 17-18).

Il movimento wahabita-salafita predica l’odio e la guerra civile inevitabile tra i rami dell’islam, favorendo la politica anglo/americana e israeliana del divide et impera. Il wahabismo-salafita ha vari bracci armati, i ‘Fratelli Musulmani’, i qaedisti, i talebani, che lanciano una guerra santa non contro l’occidente, ma contro i regimi nazionalisti arabi sia sciiti che sunniti.

Si noti che il wahabismo è stato fondato da Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab († 1792), ritenuto comunemente un “marrano”, ossia un cripto-ebreo, che ha fatto finta esteriormente e pubblicamente di essere musulmano mentre in privato era rimasto ebreo, così come pure il primo re saudita ‘Abd al-‘Aziz ibn Sa‘ud (1902-1969). Non deve perciò stupire più di tanto l’alleanza tra il wahabismo e il sionismo. Infatti il wahabismo è religiosamente zelota, fanatico, farisaico e marrano; politicamente collaborazionista dell’occidente e del sionismo; socialmente liberista, economicamente calvinista e affamatore dei poveri. Quindi esso è capace di fornire all’America e a Israele una massa di sudditi consenzienti, sottomessi e quiescenti nella lotta contro il nazionalismo sociale arabo moderatamente islamico.

Certamente all’interno  dell’Arabia Saudita la monarchia Saud ha creato un’enorme povertà di massa, ma ha saputo dirottare verso l’esterno (nazionalismo arabo) il malcontento dei suoi sudditi, totalmente sottomessi ai Saud, e senza saperlo agli Usa e a Israele.

Stéphane Lacroix ha ben capito e descritto il ruolo del wahabismo saudita: “esso 1°) conferisce una forte identità ad una massa di individui alienati e impoveriti; 2°) una visione del mondo certa e assoluta, sino al manicheismo, diviso in bene e male assoluti; 3°) fornisce un surrogato di protesta contro l’ordine stabilito in Arabia Saudita, trasferendolo altrove; 4°) garantisce un rifugio spirituale e ideologico ad una massa  altrimenti incerta e diseredata; 5°) promette una vita migliore anche su questa terra redenta dall’islam wahabita e jiaidista” (Les Islamistes Saoudiens, Parigi, PUF, 2010; Id. Islam in Revolution, New York, Syracuse University Press, 1995, p. 49).

Il salafismo-wahabita predicando la necessità della jahd tra i diversi rami dell’islam ritiene come al-Qa‘ida e Osama bin Laden che ogni vero musulmano (wahabita) ha il dovere di uccidere gli infedeli, compresi i sunniti e gli sciiti. Inoltre dopo  la cacciata dei sovietici dall’Afghanistan i media americani hanno tramutato i qaidisti da ex eroi anticomunisti in acerrimi nemici dell’occidente durante l’invasione americana dell’Afghanistan (2011), riempiendo il vuoto lasciato dal crollo dell’Urss e fornendo una giustificazione lungo gli anni Novanta al riarmo degli Usa e all’occupazione di enormi aree strategiche per ripresentarli poi nel 2011 come i neo-patrioti contro il dittatore siriano. Di fatto molte formazioni terroristiche, violente, ramificate e ben organizzate sono marionette di alcune superpotenze che tramite i loro servizi segreti (Cia, MI6, Mossad) le riforniscono di armi, le addestrano e le supportano.

Giovanni Filoramo spiega che il wahabismo ha suscitato una certa diffidenza i sunniti, dato il suo zelo eccessivo, esaltato, che risultava intollerabile alla mentalità sunnita tradizionale. Esso ha potuto sussistere solo grazie all’alleanza, stipulata nel 1744, con lo sceicco Ibn Sa‘ud della casa reale Saudita e alle sue ingenti ricchezze. La polemica dei sunniti contro il wahabismo si fonda soprattutto sull’atteggiamento manicheo e farisaico dei wahabiti, i quali disprezzano tutti gli altri islamici (sunniti e sciiti) come non veri  musulmani e ritengono solo se stessi l’unico vero islam (come il fariseo che sale al Tempio a pregare Dio disprezzando in cuor suo il pubblicano e tutti gli altri uomini). I teologi sunniti e sciiti ritengono che il wahabismo sia un’eresia scismatica islamica, fondata su un settarismo intemperante e fanatico, pronto a scomunicare e uccidere tutti quelli che non condividono le loro idee, in quanto ritenuti infedeli e politeisti e quindi degni di morte (cfr. G. Filoramo, Islam. Storia, dottrina, tradizioni, Bari, Laterza, 2005, pp. 260-261).  Mircea Eliade sottolinea il carattere di alleanza tra wahabismo e sauditi fondato sulla divisione dei compiti: la dottrina ai wahabiti e la politica ai Saud per cui ne è nata una setta con due facce: l’una ferocemente integralista in religione (wahabismo) e l’altra pragmatica e pronta al compromesso politico (Saud); cfr. Enciclopedie delle Religioni: l’Islam, Milano, Jaca Book, pp. 684-685.

Importanza teologico/escatologica della Siria nell’islam

Paolo Sensini (Divide et impera, cit., p. 265) scrive che per i salafiti e i  wahabiti la Siria come è oggi non esiste: essa sarebbe solo un’espressione geografica ed anzi una creazione degli infedeli, come l’Iraq. Infatti secondo il salafismo il nazionalismo, anche arabo e musulmano, che si consacra alla prosperità del proprio Paese, commette un peccato di “associazionismo” (in arabo “shirk”), ossia associa all’unico vero Dio, Allah, una miriade di false divinità o idoli, come la Nazione, la Patria, il Popolo. I nazionalisti arabi violano il dogma religioso dell’Unicità divina (in arabo “tawhid”) e quindi meritano la morte. Per i salafiti l’unica azione lecita  pro Patria è  la jihad o guerra santa per conquistare all’islam il medio e vicino oriente e poi il mondo intero. Il panarabismo nazionalista musulmano moderato  laico e sociale è, sempre per il salafismo, un sacrilegio in quanto distrugge il dogma della madre patria musulmana in tutto l’orbe (in arabo “umma”).

Inoltre la Siria per l’escatologia jiadista islamica rappresenta l’ultimo campo di battaglia, ossia la terra della resurrezione e del giorno del giudizio divino. Damasco, storicamente, ha un valore enorme per l’islam jihadista poiché sino al 750 fu la capitale del primo califfato, quello omayyade, che secondo il salafismo deve essere esteso a tutto il mondo, mediante la “guerra santa”, ed oltrepassare le singole Nazioni ed anche l’Arabia intera.

In questa divisione dell’impero ottomano a macchia di leopardo sono stati creati ad arte alcuni piccoli Stati opulenti (Arabia Saudita, Emirati, Kuwait), che concentrano in sé la quasi totalità della ricchezza disponibile, mentre un’enorme massa di diseredati vive nella più completa indigenza per mantenere l’intera regione araba in uno stato di continua agitazione e perpetua strisciante guerra clandestina che la indebolisca e la renda facile preda degli interessi israeliani e statunitensi (P. Sensini, Divide et impera, cit., p. 39).

La Siria è considerata comunemente il cuore del nazionalismo arabo o “panarabismo”, fondato sull’islam non religiosamente integralista, ma politicamente antisionista ed antiamericanista, analogamente ai regimi autoritari come l’Iraq  e diametralmente contrapposta al wahabismo saudita. Perciò la “primavera araba” è stata un colpo di Stato dell’islamismo wahabita e al-Qa‘idista estremista contro i popoli e le Nazioni dei Paesi arabi non soggetti a Israele e agli Usa. Come si vede il salafismo qaidista e jiaidista è radicalmente anti-nazionalista ed anti-panarabo. Di qui la guerra dei musulmani radicali contro la Siria, la Libia, il Libano, l’Iraq e la Palestina e l’estrema ferocia con cui si combatte da parte salafita il regime di Bashar al-Assad, con il sostegno del calvinismo massonico americanista e del  fariseismo zelota sionista.

Nell’ottica salafita il governante non è l’autorità in quanto legittimamente eletto, ma esso è l’autorità legittima in quanto “giusto” o santo, ossia integralmente salafita. Se il governante non è “giusto” o santo, cioè colui che governa secondo gli stretti dettami della legge divina, non è l’autorità legittima.

Non deve, quindi, destare meraviglia se il nemico principale della Siria è l’Arabia Saudita (assieme allo Yemen, all’Oman e al Qatar), mentre suoi alleati sono il Libano, la Palestina, l’Iraq e l’Iran.

Anzi proprio per disintegrare l’asse dell’islamismo religiosamente moderato, ma politicamente nazionalista, che impediva la creazione, nel secondo dopoguerra mondiale, del “Nuovo Medio Oriente” da inglobarsi nel “Nuovo Ordine Mondiale”, gli Usa e Israele si son serviti del wahabismo saudita e della jihad afgano/qaidista per abbattere – con una “guerra santa” – la Libia, la Tunisia e poi la Siria, la quale resiste ancora, anche in quanto appoggiata da Libano (Hezbollah), Palestina (Hamas), Iran, e specialmente Russia e Cina. Vedremo più avanti perché.

Inoltre la Siria è il tallone d’Achille o il punto debole dell’alleanza che va dal Libano all’Iran. Quindi si cerca di abbatterla per poi colpire il Libano e l’Iran. Infine il piano destabilizzante riguardo il medio oriente non prevede, come scrive il generale Fabio Mini, “una Siria senza al-Assad, ma nessuna Siria”.

Paolo Sensini, nel suo interessantissimo libro 1°) si chiede come mai l’antagonismo occidente/islam radicale è riuscito nel 2011 a far fronte comune per difendere la democrazia contro i governi autoritari e nazionalisti del mondo arabo 2°) osserva che l’islamismo wahabita radicale filo-occidentale è una sorta di ossimoro perché rappresenta un fronte comune assai eterogeneo in quanto comprende l’interventismo mondiale statunitense, il neo-colonialismo franco/britannico, il fariseismo settario e ‘petrol/dollifero’ del  wahabismo; 3°) si domanda come mai gli emirati si sentono minacciati dall’Iran e non da Israele, che pur essendosi auto-definito come “l’unica democrazia del vicino oriente” si è alleato con l’Arabia Saudita e gli emirati arabi, che sono monarchie dispotiche e tiranniche 4°) si chiede infine come mai i cristiani viventi in Siria si sentono minacciati dall’esportazione della democrazia americana ed europea tramite i sauditi mentre si sentono protetti dal dittatore siriano al-Assad? (Divide et impera, cit., p. 37-38). Sensini abbozza una prima e breve risposta: non si tratta di esportare la democrazia,  ma di impadronirsi del petrolio e del medio oriente per costruire il Mondialismo globalizzante.

Per far ciò occorre mascherare un fine così materiale (il petrolio e la terra) dietro un ideale umanitario, ossia l’esportazione della democrazia nel mondo arabo autoritario nazional/sociale moderatamente islamico, che rappresenta il nuovo impero del male dopo il crollo dell’Urss e che è esportatore per sua natura di uno “scontro di civiltà” tra islamo/fascismo e giudeo-“cristianesimo/calvinista” in cui la lotta contro l’imperialismo sionista e americano non ha nulla a che vedere.

Bernard Lewis lancia lo “scontro di civiltà” nel 1976

Di questo “scontro di civiltà” ne ha parlato per primo lo storico dell’università di Princeton, nonché membro del ‘Bilderberg club’ ed ex ufficiale dei servizi segreti britannici, Bernard Lewis (The Return of Islam, in “Commentary”, gennaio 1976, pp. 39-49) che ha ripreso il tema di quest’articolo nel 1979 durante la Conferenza del ‘Bilderberg club’ ed ha lanciato il piano di una strategia anglo/americana in alleanza col movimento wahabita e coi Fratelli Musulmani per promuovere una balcanizzazione o “libanizzazione” dell’intero mondo arabo, basandosi sulle rivalità etniche e religiose, intrinseche alla sua riedificazione, scientemente volute dall’imperialismo ottocentesco dell’Inghilterra e della Francia dopo il crollo dell’impero ottomano, ed analogamente – nel Novecento/Duemila – dal neo imperialismo degli Usa e d’Israele, che stanno ridisegnando il nuovo medio oriente in maniera ancor più frammentata ed esplosiva al suo interno in vista della costruzione del “Nuovo Ordine Mondiale”.

Successivamente Bernard Lewis, che era divenuto – con l’amministrazione Reagan, Bush padre e figlio – un pezzo grosso del Dipartimento della Difesa americano, scrisse nel 1992 un memoriale per la rivista “Foreign Affairs” del ‘Cfr’ titolato Rethinking the Middle East (Ripensare il medio oriente). In quest’articolo Lewis  prospettava una politica nuova verso il medio e vicino oriente: finita la guerra fredda con l’Urss, egli individuava nel fondamentalismo qaidista e wahabita, nemico del nazionalismo arabo e dell’islam moderato e laico, un elemento destabilizzatore e frantumatore dell’unità geopolitica del medio oriente per poterlo “libanizzare” o balcanizzare, ossia governarlo grazie alla divisione tra le tribù e le etnie che lo compongono messe in guerra permanente l’una contro l’altra.

L’analista politico e storico statunitense Webster Tarpley scrive che “dal 1945 gli Usa e i satelliti della Nato si sono sistematicamente contrapposti all’alternativa ragionevole del nazionalismo laico e sociale negli Stati arabi moderatamente islamici (chiamato dai neocon “islamo/fascismo”), mentre hanno favorito immancabilmente le alternative fondamentaliste, preferendo quelle più retrive e farisaiche per disgregare il medio oriente. Non si tratta di errore, ma di una ben precisa scelta politica imperialista”, che seminando la divisione nel mondo arabo lo governa secondo l’adagio degli antichi Romani: “dìvide et ìmpera”.

Paolo Sensini commenta che appena gli Usa hanno cominciato ad esercitare la loro egemonia sul medio oriente, i ‘Fratelli Musulmani’ erano già presenti quali umili servitori degli Usa per seminare l’odio tra sunniti e sciiti, sposando l’ideologia settaria wahabita e salafita.

Il medio oriente è strategicamente di capitale importanza per il mondialismo e la globalizzazione. Infatti esso è confinante con l’Urss, contiene i ¾ del petrolio mondiale, ed è già in conflitto  costante con uno degli Stati più potenti del mondo, Israele. Si capisce che entrare pienamente nel medio oriente equivale a iniziare a mettere i piedi nella Russia, a bloccare l’avanzata economico/finanziaria cinese e a governare quasi tutto il mondo. È per questo che la Russia di Putin e la Cina sono intervenute con le loro flotte per impedire l’attacco dell’America e d’Israele contro Siria e Libano.

Il delirio d’onnipotenza ebraico foriero di catastrofi

Ma sino a quando gli Usa riusciranno a temperare gli ardori del fanatismo zelota di Israele e Netanyahu? Solo Dio lo sa! Infatti il giudaismo è vittima di un delirio di onnipotenza, poiché si ritiene ancora l’eletto, il superiore e il prediletto tra tutti i popoli. Martin Buber scrive: «l’umanità ha bisogno del giudaismo, perché esso è l’incarnazione delle più alte aspirazioni dello spirito», ed Emmanuel Lévinas continua: «L’ebraismo è necessario all’avvenire dell’umanità […], esso è come una scala vivente che raggiunge il cielo». Pierre Lévy spiega che «gli ebrei possono essere di destra o di sinistra, liberali, marxisti o ortodossi, credenti o atei, ma non possono non essere partigiani dell’Impero globale d’Israele». Questa è l’unità del giudaismo rabbinico, apparentemente differenziato ma sostanzialmente uniforme; essa è una “utopia di cui l’ebraismo vive” e tale scopo sta per essere raggiunto con il mondialismo, la globalizzazione e il “Nuovo Ordine Mondiale”, che hanno avuto il loro exploit con le due guerre del Golfo persico (1991, 2003), ma che hanno segnato anche l’inizio della decadenza degli Usa e probabilmente – nell’immediato – anche di quella d’Israele, che si appresta ad affrontare militarmente Iran, Libano, Siria e Palestina.

Anche perché la cruda verità, come scrive il generale Fabio Mini, è che gli americani giocano con l’immagine falsata di un’autorità che non hanno su Israele: “quando dicono di concedere un sostegno politico a Israele in realtà si tratta di sottomissione alla potente lobby ebraica” (Mediterraneo in guerra, cit., p. 174).

Hungtinton rilancia lo “scontro di civiltà” nel 1993

Quest’idea dello “scontro di civiltà” è stata ripresa recentemente da Samuel Huntington prima (nell’estate del 1993) in un articolo su “Foreign Affairs”, la rivista del ‘Cfr’, intitolato The Clash of Civilizations?  e poi elaborato nel 1996 in un libro noto a tutti: Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, tr. it., Milano, Garzanti, 1997.

Lewis riteneva di dover mettere l’estremismo wahabita e qaidista musulmano  contro l’Urss per impedire ad essa di esercitare un forte influsso nell’area del mondo arabo, visto che gli estremisti musulmani avrebbero diffidato dell’Urss atea più ancora che degli Usa solamente agnostici, i quali avrebbero potuto godere delle lotte tra islam radicale e Urss e, come si sa, “tra i due litiganti il terzo gode”.

La dottrina Lewis (1976/79, 1992) ha fatto scuola tra i servizi segreti americani, britannici, i neocon, l’amministrazione Reagan (1980) e poi è stata rivista da Huntington (1993/1996) con l’amministrazione Bush (1990-2002) e non ha cessato di farsi sentire in pratica (anche se non sbandierata in teoria) con l’amministrazione Barac Obama, che nel vicino e medio oriente prosegue praticamente la politica di Reagan e Bush, mentre se ne distanzia solo a parole.

Trozkismo e neoconsevatorismo

Paolo Sensini scandaglia la comune radice trozkista dei neoconservatori o “sion-con” americani (quasi tutti di origine ebraica). L’idea di Trotskij della rivoluzione comunista permanente e universale è stata mutuata dai neocon ed applicata al vicino e medio oriente  come esportazione della democrazia americana nel mondo intero quale fattore di lotta permanente e destabilizzatrice delle Nazioni che si vogliono dominare dopo averle sprofondate nel caos (Divide et impera, cit., p. 48). Quest’idea ha influenzato e quasi determinato la decisone di Bush padre e figlio d’invadere l’Afghanistan (7 ottobre 2001) e l’Iraq (20 marzo 2003) e puntare poi sulla Libia, Tunisia, Egitto per giungere alla Siria, all’Iran, alla Russia e ridimensionare l’emergere del potere economico cinese.
I neocon vogliono fondare una politica estera di tipo trozkista, che esporti la rivoluzione e il caos permanente e una politica interna agli Usa di tipo psico-poliziesco “staliniano” condito dalla concezione affaristica del liberismo selvaggio di Milton Friedmann, che soffochi le persone con uno stato di “psico-polizia” per prevenire un nuovo 11 settembre e per gettare nella povertà la piccola e media classe con i mutui senza condizioni, che portino all’indebitamento i cittadini ai quali le banche toglieranno ed esproprieranno i mezzi di sussistenza privata.

La trappola dell’Afghanistan: “il cimitero degli eserciti”

Zbnigniew Brezinski, consigliere per la sicurezza degli Usa, ha ammesso in un’intervista (V. Jauvert, Les révelations d’un ancien  conseiller de Carter: “Oui, la Cia est entrée en Afghanistan avant le Russes”, in “Le Nouvel Observateur”, n. 1732, 15-21 gennaio 1998, p. 76) che il presidente americano Jimmy Carter il 3 luglio 1979 firmò la prima direttiva per fornire appoggio militare, tramite la Cia, ai mujahidin afagani oppositori del regime filosovietico di Kabul. Questo passo, racconta Brezinski, spinse fortemente l’Urss ad invadere l’Afghanistan (considerato dagli strateghi “il cimitero degli eserciti nemici”) il 24 dicembre 1979 e  a cadere nella trappola di una guerra durata circa 10 anni da cui l’Urss uscì nel 1989 con le reni spezzate e che segnò il declino dell’impero sovietico. Il crollo dell’Urss valeva l’appoggio ai talebani. Si capisce perché la Russia di Putin ora sostenga la Siria con tanta fermezza e quale sia l’importanza dell’esito dell’aggressione alla Siria: il ‘Nuovo Ordine Mondiale’ sotto l’egida di Israele, degli Usa e del fondamentalismo wahabita. La questione della Siria ci riguarda non solo come uomini sociali o politici, ma anche e soprattutto come cattolici romani, che nulla hanno a che spartire con i “cristianisti” americano/calvinisti o “teo/sion/conservatori”.

Circa agli inizi del 1992 l’America iniziò a formulare una nuova fase della sua politica estera, che è arrivata al suo pieno svolgimento dopo l’11 settembre del 2001. Infatti nel 1992 Dick Cheney (il segretario alla Difesa degli Usa) diede incarico a Paul Wolfowitz (il numero tre del Pentagono) di redigere il Defense Planning Guidance (Guida al piano di difesa), chiamato anche “piano per governare il mondo” (Plan for Global Dominance). Questo documento del 1993, che in seguito è stato comunemente chiamato “la Dottrina Wolfowitz” (riprendeva il pensiero di Bernard Lewis, 1976 e Samuel Huntington, 1993),  è comparso quasi subito dopo il crollo dell’Urss a causa della disfatta in Afghanistan; esso fondeva inseparabilmente e sempre più strettamente gli interessi americani e quelli sionisti servendosi del wahabismo per evitare che sorgesse un nuovo rivale a rimpiazzare l’Urss in medio oriente.

Gli Usa erano oramai convinti di essere soli al vertice del potere mondiale: militarmente, economicamente, tecnologicamente e “culturalmente”. Perciò bisognava cavalcare l’onda della lotta culturale tra occidente giudaico/calvinista contro il mondo arabo, servendosi dell’integralismo wahabita-salafita contro i regimi nazionalistici (“islamo/fascismo”) e autoritari del vicino e medio oriente.  Infatti Hungtinton come Lewis pensava che le lotte del XXI secolo non sarebbero state determinate soprattutto da interessi economici o sociali, ma soprattutto “culturali”, ammesso che si possa parlare di una “cultura” americana e non piuttosto di una “tecnica” o “pratica”.

La domanda di  Lewis, Hungtinton, Wolfowitz era la seguente: come dividere il mondo, e specialmente quello arabo, dopo il crollo dell’Urss per governarlo e dominarlo totalmente? La risposta consisteva nell’asserzione di dover destrutturare le sovranità nazionali, anche in medio oriente (la vecchia Europa le aveva già perse nel 1945) e ricomporre il tutto in un mosaico di etnie, religioni e staterelli in perpetuo conflitto tra loro per esercitare la leadership americana, come scrisse senza troppa ipocrisia il “The San Francisco Chronicle” del 26 settembre 2001. In effetti, commenta Paolo Sensini (cit., p. 65), ovunque si trova al- Qa ‘ida, seguono a ruota l’esercito statunitense e le grandi imprese economico/finanziarie. In breve gli Usa volevano promuovere un “Nuovo Ordine Mondiale” dal caos del medio oriente, secondo il motto della massoneria “ab caoh ordo”.

Tuttavia l’idealistico e “culturale” (o meglio “prammatico”) scontro di civiltà fungeva da paravento per nascondere interessi molto più prosaici, ossia il dominio della terra che contiene i grandi  giacimenti petroliferi ed  i gas naturali mediante una barbarica dissociazione delle società civili.

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d. Curzio Nitoglia – 21/12/2013 -http://doncurzionitoglia.net/2013/12/21/il-mondialismo-ebraico-americano-da-pearl-harbor-a-damasco/

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