Tags

, ,

Gesti di devozione musulmana davanti al mausoleo di San Giovanni Battista nella moschea degli Omayyadi

I consiglieri di Bush puntavano a rovesciarlo dopo aver “liberato” l’Iraq. Eppure oggi il regime “baathista” di Assad garantisce la vita ordinaria di comunità cristiane di tradizione apostolica. Che adesso temono il contagio iracheno

di Gianni Valente – 30giorni.it

Vicino alla porta di Bab Kissan hanno costruito la chiesa di San Paolo. Da quelle parti le mura di Damasco ricordano ancora quella notte che Saulo dovette scappare dalla città, calato in una cesta dai suoi nuovi amici, per fuggire a chi lo voleva togliere di mezzo. L’ex persecutore di cristiani, appena battezzato da Anania dopo aver incontrato il Signore sulla via di Damasco, proprio lì aveva iniziato a «proclamare Gesù Figlio di Dio» nelle sinagoghe. Per questo i giudei damasceni, scandalizzati, «facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo».
Se la Damasco di allora era diventata per Paolo un luogo infido e pericoloso, da parecchio tempo per tanti che portano il nome di Cristo sembra accadere l’esatto contrario. È almeno un secolo che in Medio Oriente, quando i cristiani scappano, spesso scappano a Damasco e nelle altre città della Siria. I cristiani iracheni arrivati per scampare a violenze e persecuzioni esplose nel loro Paese impazzito sono solo gli ultimi della serie. Era già successo agli armeni che nel 1915 fuggivano dai massacri fomentati dai Giovani Turchi in Anatolia, e poi agli assiri in fuga dall’Iraq negli anni Trenta, quando il nuovo Stato indipendente aveva represso nel sangue le loro pulsioni secessioniste (eccitate dalle false promesse del precedente protettorato britannico).
È un paradosso geopolitico eloquente eppure del tutto rimosso quello per cui lo Stato finora iscritto ex officio dall’amministrazione Bush al cosiddetto “Asse del Male” risulta essere una sorta di rifugio protetto per i cristiani dell’area mediorientale. Una “vocazione” che nasce prima di tutto da un cocktail di fortuite circostanze storiche, antiche e recenti. E che spiega almeno in parte anche la fisionomia variegata della cristianità presente in Siria, vero caleidoscopio di riti e tradizioni (circa un milione di fedeli, su una popolazione di quasi venti milioni, dove si contano undici gerarchie e comunità diverse, con ben tre patriarchi di Chiese orientali che hanno la propria sede a Damasco, di fatto e coscientemente erede della Sede apostolica antiochena).

Pellegrini musulmani si riposano 
presso la Cupola degli Orologi, nel cortile della moschea degli Omayyadi

Pellegrini musulmani si riposano presso la Cupola degli Orologi,
nel cortile della moschea degli Omayyadi

Da san Paolo ai francesi
Dopo Betlemme, Nazareth e Gerusalemme, i più importanti luoghi di pellegrinaggio del Medio Oriente si trovano in Siria: posti come il santuario rupestre di Santa Tecla, la discepola di Paolo, o il santuario di Nostra Signora di Saidnaya, che conserva gelosamente sotto chiave un’icona attribuita a san Luca. Luoghi di preghiera risalenti al IV e V secolo, dove si entra a piedi scalzi, come nelle moschee. A ovest di Aleppo, i ruderi di migliaia di chiese disseminati nelle famose novanta “città morte” testimoniano la trionfante fioritura della Siria cristiana di tradizione antiochena, ben presto messa in discussione dall’impiantarsi della dottrina monofisita, che i cristiani siriaci abbracciavano anche come fattore di distinzione religiosa rispetto ai dominatori bizantini. Nel settimo secolo, quando con gli Omayyadi Damasco diviene capitale del primo impero islamico, il nuovo potere lascia largo spazio ai cristiani arabi e arabizzati di Siria. San Giovanni Damasceno, figlio di un funzionario del califfo di Damasco, è l’esempio più famoso di questa perdurante rilevanza della comunità cristiana inglobata nella nascente civiltà islamica. «Quelli che restano fedeli alla loro Chiesa si arabizzano in massa […]. È grazie ai cristiani di Siria che i conquistatori entrano in contatto con il pensiero antico e ne raccolgono l’immensa eredità» (J. P. Valognes, Vie et mort des chretiens d’Orient, Fayard, Paris 1995, p. 704). La vita dei cristiani divenne più difficile con l’avvento degli Abbasidi e ancor più amara a causa delle feroci rappresaglie mamelucche dopo le crociate. Anche la lunga stagione ottomana sarà punteggiata di violenze e pogrom anticristiani che esplodono soprattutto quando «i cristiani appaiono come il pretesto per le ingerenze europee» (ibidem, p. 707). Ma nei periodi tranquilli i cristiani riescono a prosperare con le loro attività commerciali e intellettuali. Alla fine del XIX secolo, sotto il dominio turco, le tipografie cristiane e i testi in arabo da esse pubblicati sono tra i fattori ispiratori della rinascita culturale e politica dell’“arabità” che sfocerà nel movimento per l’indipendenza nazionale. Dopo la Prima guerra mondiale, il periodo del mandato francese, iniziato nel 1921, darà un’impronta originale e duratura al rapporto tra comunità cristiane e potere politico in Siria. Mentre in Libano la potenza mandataria cerca di favorire la creazione di uno Stato cristiano, cristallizzando i rapporti di forza tra le confessioni religiose in una statica spartizione del potere, in Siria, dove i cristiani sono minoranza, si segue la via per certi versi opposta. La Costituzione del 1930, ispirata anche dal giurista cristiano Edmond Rabbath, smorza nell’unanimismo arabo le spaccature confessionali e i rischi di conflitto religioso, prescrivendo la totale neutralità del potere civile nei confronti delle diverse comunità religiose. Un modello “laicizzante” che per i cristiani rappresenterà un’obiettiva sponda di protezione. Quando nel 1943 arriva l’indipendenza, gli ambienti musulmani reclamano l’abolizione dei “decreti di laicizzazione” introdotti durante il periodo mandatario. La nuova Costituzione elaborata all’inizio degli anni Cinquanta, nonostante le pressioni dei Fratelli musulmani, non definisce l’islam come religione di Stato, limitandosi a prescrivere la necessaria appartenenza del presidente alla religione islamica. In quegli anni, i singoli cristiani che si sono esposti per il sostegno all’indipendenza nazionale giocano una partita politica di tutto rilievo: Fares al-Khoury, leader politico cristiano già nel periodo mandatario, viene eletto per due volte (1945 e 1954) presidente del Consiglio (cosa che sarebbe stata impensabile in Iraq o in Egitto).

La variante alawita
A partire dalla fine degli anni Quaranta il nazionalismo panarabo secolarizzante – nella cui elaborazione teorica hanno giocato un ruolo chiave pensatori cristiani siriani e libanesi come Michel Aflaq e Antoun Saadé – diventa l’ideologia ufficiale dei governi militari effimeri che si susseguono fino a quello stabilmente instaurato dal generale Hafez el-Assad nel 1970. Sotto Assad il militar-socialismo che fa perno sul partito Baath ridefinisce su tale base dottrinale anche i rapporti con le comunità religiose: laicizzazione della vita pubblica, azzeramento formale delle discriminazioni su base religiosa, esaltazione dell’identità arabo-siriana come esclusivo criterio fondante dell’unità nazionale a cui sottomettere i particolarismi religiosi. Insieme al Libano, la Siria è ancor oggi l’unico Paese arabo dove l’islam non è formalmente definito religione di Stato dalla Costituzione e la religione non è riportata sulle carte d’identità dei cittadini.
L’opzione laicizzante e a-confessionale del regime ha alla base anche ragioni di contingente strumentalità politica. La nomenklatura che ha monopolizzato il potere con Hafez el-Assad – e continua a gestirlo sotto suo figlio Bashshar, “succedutogli” nel 2000 alla presidenza del Paese – è stata reclutata in buona parte all’interno della comunità alawita, il gruppo minoritario islamico d’impronta sciita esoterica, considerato eterodosso dalla maggioranza sunnita. Tale blocco di potere ha adottato il nazionalismo panarabo come ombrello ideologico di un’egemonia difficilmente giustificabile secondo criteri di legittimità “islamici”. E in passato non ha esitato a reprimere nel sangue i sintomi di contagio integralista che rischiavano di infiammare la maggioranza sunnita. A Hama, tradizionale roccaforte del radicalismo islamico, non hanno certo dimenticato quando l’insurrezione esplosa nel 1982 contro il regime (accusato di “ateismo” e di filocomunismo dai ribelli sunniti) fu soffocata con l’intervento dell’artiglieria e dell’aviazione, che rasero al suolo il quartiere centrale – a cominciare dalle moschee – provocando 20mila morti.
Anche i cristiani in passato hanno pagato i loro pedaggi all’ideologia statalista e autoritaria del regime. Già nel ’67 le scuole cristiane sono state nazionalizzate. In particolare quelle cattoliche, che, irrigidendosi nel rifiuto di ogni compromesso con le pretese dirigiste del governo, condannarono alla dissipazione un patrimonio educativo e culturale quanto mai prezioso. La più che trentennale politica economica di stampo statalista ha frustrato le aspirazioni professionali ed economiche dei tanti cristiani tradizionalmente appartenenti all’élite borghese, spingendo molti influenti clan familiari cristiani all’emigrazione. E tutta la vita associativa e l’utilizzazione dei beni ecclesiastici avvengono sotto la stretta tutela dello Stato, coi capi delle Chiese convocati a deporre davanti ai servizi di sicurezza ogni volta che ritornano da un viaggio all’estero. Ma pur dentro questi condizionamenti, il mix di ideologia nazionalista “laica” e blocco di potere egemonizzato da una minoranza islamica marginale continua a rappresentare una fortuita circostanza che di fatto facilita la vita ordinaria delle comunità cristiane siriane.
Non esiste in Siria nessuna restrizione alla libera espressione delle pratiche e delle devozioni cristiane. Messe, processioni, pellegrinaggi, colonie estive, conferenze, corsi di catechismo, perfino scoutismo confessionale si svolgono in città e villaggi senza l’eccessiva discrezione o la timida dissimulazione che segnano le manifestazioni esteriori e pubbliche della fede cristiana in altri Paesi a maggioranza musulmana. Le solennità cristiane di Natale e Pasqua – sia cattolico-latina che cristiano-orientale – sono giorni festivi per tutto il Paese. Nei quartieri cristiani i crocicchi e le facciate delle case ospitano edicole mariane e crocifissi. Le chiese, come le moschee, sono esentate dal pagamento dei servizi pubblici gestiti dallo Stato, che garantisce materiali a prezzo di costo per la costruzione e il restauro degli edifici religiosi. Lo scorso giugno un decreto presidenziale ha garantito alle comunità cattoliche la possibilità di regolare materie di diritto privato familiare ed ereditario secondo norme e criteri non conformi alla legislazione di derivazione coranica in vigore presso la maggioranza musulmana. A metà dicembre anche Benedetto XVI nel suo discorso all’ambasciatore siriano presso la Santa Sede ha definito la Siria come un esempio unico al mondo «di pacifica coesistenza e tolleranza tra i seguaci di diverse religioni» e ha espresso apprezzamento per «la legislazione recentemente introdotta dal governo siriano per riconoscere lo status giuridico delle Chiese presenti nel vostro Paese».
Ombre irachene
Adesso, però, il panarabismo “laico” nazionalista, dopo aver perso nel resto del mondo arabo ogni forza di mobilitazione politica a vantaggio del radicalismo islamico, appare sotto pressione anche nella sua ultima trincea siriana. Il regime d’impronta baathista ha da tempo archiviato ogni ostentazione d’indifferenza religiosa. Anche in Siria la rinascita islamica modifica in profondità il vissuto sociale quotidiano. Fervore religioso delle giovani generazioni, moltiplicazione esorbitante delle moschee e dei loro rumorosi altoparlanti, fiorire di confraternite e centri culturali islamici, dilagare delle scuole coraniche un tempo vietate, diffusione a ritmi esponenziali del velo femminile, letture coraniche servite per audiocassetta anche sui torpedoni pubblici a lunga percorrenza da autisti devoti. Il governo si sforza di canalizzare l’islamizzazione della vita collettiva entro una politica di concordia interconfessionale che esige pieno e costante allineamento da parte dei leader religiosi. In Siria più che altrove le reazioni ufficiali dei capi musulmani al discorso ratzingeriano di Regensburg sono apparse ispirate a intellettuale distacco e “accademica” moderazione. Ma proprio la catastrofe irachena suscita tra i membri delle minoranze cristiane paragoni inquietanti. Confida padre Pierre Masri, direttore della Biblioteque spirituelle di Aleppo: «Dai fratelli fuggiti dall’Iraq i cristiani di qui hanno ascoltato storie terribili, un abisso di ferocia che fino a poco tempo fa nessuno avrebbe immaginato. E tutti vedono bene che i fattori all’opera nello scenario iracheno prima della guerra sono presenti anche nell’attuale situazione siriana. Anche qui ci sono sunniti, alawiti, sciiti, curdi. Anche qui ci sono indizi di infezione integralista finora tenuta a bada dagli apparati di sicurezza. Anche qui c’è una leadership politica da sempre nel mirino degli Stati Uniti…».
Alla fine del 2003, a pochi mesi dalla “liberazione” dell’Iraq, le due Camere del Parlamento Usa avevano votato le sanzioni contro la Siria accusando Damasco di «supporto al terrorismo» e mettendo sotto accusa la politica siriana in Libano. In quei mesi l’amministrazione Bush dichiarava di puntare a «un cambiamento in Siria». Il “principe delle tenebre” Richard Perle, a quel tempo presidente del Defense Policy Board e grande stratega neoconservative della politica estera Usa, aveva suggerito di dirottare in Siria le truppe a stelle e strisce che avevano abbattuto il regime iracheno. Nel 2004, mentre si ponevano le basi per la sostanziale indipendenza del Kurdistan iracheno, con eloquente tempismo si accendevano focolai insurrezionali anche tra i curdi di Siria, nel nord-est del Paese.
Ora che la linea neoconservative della politica statunitense sembra in via di liquidazione e tra Siria e Usa si riaprono canali diretti di dialogo proprio in occasione dei summit sulla tragica situazione irachena (quello dello scorso 10 marzo e quello programmato per il prossimo 10 aprile) la svolta interessa anche i cristiani di Siria. «Sanno bene», racconta don Masri, «che sarebbero i primi a pagare la destabilizzazione politica del Paese indotta dall’esterno. E ripetono tutti la stessa cosa: se dobbiamo scegliere tra la democrazia e la vita, scegliamo la vita».

Fonte: di Gianni Valente – 30giorni.it

Advertisements