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Dopo un anno dall’inizio della crisi siriana, il Paese soffre ancora. Solo un anno fa i siriani vivevano in sicurezza, si disinteressavano delle armi; ora sanno perfettamente che chiunque può morire per un attacco di bande armate o se il suo nome è sulla loro lista tra le persone da uccidere!

Molte immagini vengono in mente ripensando a questo ultimo anno e la maggior parte è legata ad Homs, quella che ormai per tutti è diventata la capitale della rivolta. Perché, senza dubbio, Homs è la città che più di tutte ha subito le conseguenze di questa crisi, che ha sopportato più vittime, che ha pianto più lacrime, la città che prima faceva sorridere per le sue barzellette e ora, purtroppo, fa piangere con le sue sofferenze.

Vedendo le immagini che a volte arrivano fino a noi, fatico a riconoscere le vie e gli edifici consueti. L’ultima volta che ho visto Homs era il settembre 2011, il Ramadan si era appena concluso, le scuole stavano per cominciare e le famiglie si chiedevano come avrebbero potuto mandarci i loro figli con l’animo in pace… Già da luglio, del resto, la situazione in città è stata un crescendo di terrore e l’arrivo dell’esercito non aveva contribuito a ristabilire la situazione.

Ogni volta che arriva una notizia sulla città guardo con voracità, tento i luoghi familiari ora non più tali, cerco di scoprire tra le righe se qualcuno dei miei conoscenti o familiari è rimasto coinvolto, poi – il più delle volte – tiro un sospiro di sollievo, subito seguito da un altro di dolore per chi non c’è più…

Già in estate il volto della città si era modificato: alcune vie erano mostravano apertamente il loro sostegno al governo con striscioni, bandiere, manifesti giganti, taluni già rovinati dal forte vento che spesso circola in città; altre zone, le meno tranquille, recavano in sé un senso di abbandono e desolazione; ogni notte era accompagnata da un sottofondo incessante di spari e da diverse moschee arrivavano invocazioni alla jihad. Alcune zone non erano facilmente raggiungibili (anche i mezzi pubblici spesso faticavano ad arrivarci); frequenti erano già i rapimenti, soprattutto con l’avvicinarsi della festa dell’Aid che segna la fine del mese di Ramadan (mi trovavo ancora a Homs il giorno in cui erano stati liberati i 60 ostaggi che sarebbero dovuti venire sacrificati al posto degli agnelli e ricordo bene il clima di quegli interminabili giorni).

E cambiati erano anche i giochi dei bambini, ora fatti di guerra e armi, così come gli sguardi degli abitanti sempre più carichi di sospetto verso il prossimo: primi chiari segni delle conseguenze dei mesi di rivolta nel “bagaglio collettivo”.

Se ora ripenso a questo anno di Homs mi scorrono nella mente diverse immagini simbolo che hanno caratterizzato la rivolta in città:

  • i tre giovani alawiti rapiti e fatti ritrovare in un campo in luglio con impressi sui corpi senza vita i segni della tortura e le mani legate;
  • le 60 persone rapite in estate e liberate dalle forze dell’ordine alla vigilia della festa dell’Aid, dopo lunghe giornate di prigionia in uno scantinato tra violenze e maltrattamenti (alcuni di loro hanno perso il senno a causa delle sevizie);
  • il massacro di 40 persone, i cui corpi erano stati fatti ritrovare sulla pubblica piazza, nella zona di al-Zahra il 5 dicembre in un’esecuzione di gruppo;
  • le 45 vittime del 4 febbraio, ritrovate in un palazzo nel quartiere occupato di Bab ‘Amr con le mani legate e i corpi integri, ma che l’opposizione ha cercato di far passare come vittime di un’esplosione provocata dai militari di al-Assad;
  • la famiglia di 16 persone di Bab ‘Amr, sterminata senza pietà mentre genitori, figli, zii erano riuniti per la cena intorno alla tavola apparecchiata da degli assassini che, non paghi di quanto commesso, hanno usato il sangue delle povere vittime per scrivere sul muro della stanza il nome della brigata che aveva compiuto il massacro;
  • il pianto della madre di Sari Saud, il cui figlio decenne è stato ucciso da una pallottola sparata da un gruppo di ribelli mentre il piccolo stava mangiando un biscotto per strada accanto alla madre;
  • le vie di al-Hamidiya deformate dal passaggio degli armati che hanno bruciato e distrutto negozi auto e abitazioni;
  • il sangue sugli scalini dell’internet point che ero solita frequentare ad al-Zahra;

… E chissà quante altre ce ne sarebbero e ce ne sono soffermandosi ancora un poco. Immagini che cambieranno per sempre il volto della città e dei suoi abitanti.

Ecco cosa succede nelle zone controllate dalle bande armate, capaci solo di seminare pianti e distruzione. Chi è responsabile di questi crimini? Chi pagherà per il sangue di queste vittime innocenti? Di certo non gli sheikh wahhabiti che dai loro scranni in Arabia Saudita invocano la Jihad contro il governo siriano e pronunciano delle fatwe per legalizzare lo sterminio di alawiti, cristiani, drusi e sunniti filo- governativi.

Uccidono i bambini, stuprano le donne, torturano gli uomini, infieriscono sui cadaveri, saccheggiano le istituzioni pubbliche, occupano le abitazioni private, le rapinano e le distruggono, rubano i mezzi di soccorso e poi filmano il risultato delle loro azioni e fanno ricadere le loro colpe sul governo. Ed ecco che gli imputati si trasformano in vittime. Ma chi vive in Siria conosce fin troppo bene la verità!

L’obiettivo di questo terrorismo? Inquinare la società siriana, paralizzandone l’economia, distruggendo la struttura dello Stato, impedendo ai giovani di frequentare le scuole e agli adulti di recarsi sui luoghi di lavoro, uccidendo uomini d’affari e professori universitari, istigando l’odio interreligioso.

C’è chi ha definito Homs come un “laboratorio di guerriglia urbana” per i gruppi radicali, che spingono al limite la provocazione, per innescare una repressione. La città, in effetti, è stata per un lungo, interminabile, periodo quotidianamente teatro a cielo aperto di rapimenti, omicidi, massacri, violenze raccapriccianti, torture e terribili mutilazioni. E, nonostante tutto, gli abitanti coraggiosamente hanno fatto il possibile per portare avanti la loro consueta quotidianità.

Da quando la zona di Bab ‘Amr è stata liberata, all’inizio di marzo, da queste bande, la situazione sembra essere migliorata, ma non bisogna dimenticare che ci sono ancora altri quartieri assediati, come le zona cristiane di al-Hamidiya e Bustan al-Diwan, dalle quali i militanti islamisti armati della “Brigata Faruq” pare abbiano costretto alla fuga il 90% delle famiglie sotto minacce di morte – notizia, questa, che ha innescato anche da noi l’allarme per il rischi di una pulizia etnica in corso da parte di islamisti e terroristi ancora presenti in territorio siriano.

E chi ingenuamente si ostina a pensare che a soffrire siano solo i “paladini della libertà” e che solo loro siano degni della nostra commozione, trascurando la triste realtà che vede civili altrettanto sofferenti, ma che nessuno considera mai solo perché hanno la grave “colpa” di essere favorevoli al governo attuale, legga queste parole scritte da un abitante di Homs sostenitore del presidente Al-Assad:

“Servirà la mia morte per prolungare la tua vita? Questo orrore è diventato ormai parte della mia vita quotidiana e il dolore riempie ormai tutti i miei giorni. Un tempo non troppo lontano noi parlavamo la stessa lingua, ma ora tu parli la lingua della violenza, l’unica al mondo a non avere regole. Vorrei che ti rendessi conto che la tua perdita è pari alla mia, le nostre case distrutte non serviranno a costruire le vostre più belle, le nostre morti non prolungheranno le vostre vite né le renderanno più belle o felici. Sei realmente soddisfatto di quanto stai facendo?”

di Pierangela Zanzottera -2/4/2012 – Eilmensile

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