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Syria’s President Bashar al-Assad speaks to soldiers during a tour in the Baba Amr neighbourhood of Homs

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TESTIMONIANZE

«I ribelli ci uccidono. L’esercito deve restare»
Viviamo in Siria da più di sette anni, amiamo questo Paese e il suo popolo. Ci sentiamo indignati e impotenti di fronte al tipo di informazioni che circolano in Europa e fanno opinione, sostenendo le sanzioni internazionali, una delle armi più inique che l’Occidente usa per tenersi le mani pulite e dirigere comunque la storia di altri popoli. Pulite fino a un certo punto: si moltiplicano le segnalazioni della presenza di personale militare inglese, francese (e di altri Paesi) a fianco degli insorti per organizzare le azioni di guerriglia, grave violazione internazionale che passa sotto silenzio.
Sono state raccolte firme e fondi per aiutare la “primavera” del popolo siriano.Ma chi ha dato – in perfetta buona fede – offerte e sostegno della “liberazione” della Siria deve sapere che ha finanziato assassini inumani, procurando loro armi, contribuito alla manipolazione dell’informazione, fomentato una instabilità civile che richiederà anni per essere risolta. Sconvolgendo l’equilibrio in un Paese dove la convivenza era pane quotidiano. Perché intervenendo senza conoscere la realtà non siamo più liberi, ma funzionali ad altri interessi che ci manipolano.

Non è nostro compito fornire una lettura socio-politica globale della vicenda siriana, altri lo stanno facendo meglio di noi. E chi lo vuole davvero può trovare informazioni alternative. Noi ci limitiamo a raccontare solo ciò che i nostri occhi vedono, qui nel piccolo villaggio di campagna dove viviamo. E dove, quasi ogni notte, i soldati presenti nella piccola guarnigione che lo presidia sono attaccati. Sia dagli insorti presenti nella zona, sia da bande mercenarie che passano il confine siriano nel tentativo di sopraffare l’esercito e aprire un varco per il flusso di armi e combattenti. I militari rispondono? Certo, e la gente ne è contenta perché di armi e mercenari il Paese è già pieno.

Sta per scadere l’ultimatum per il ritiro dell’esercito, che qui nessuno – nel senso letterale del termine – vuole. La gente si sente sicura solo quando i militari sono presenti. Ormai le violenze compiute dai cosiddetti liberatori nelle città, nei villaggi, sulle strade, sono tante e così brutali che la gente desidera solo vederli sconfitti. Gli abusi sono continui: uccisioni, case e beni requisiti o incendiati, persone, bambini usati come scudi umani. Sono i ribelli bloccare le strade, a sparare sulle auto dei civili, a stuprare, a massacrare e rapire per estorcere denaro alle vittime? Invenzioni? La notte del Venerdì Santo, non lontano da dove abitiamo, hanno ucciso un ragazzo e ne hanno feriti altri due: tornavano alle loro case per celebrare la Pasqua. Il ragazzo morto aveva 30 anni ed era del nostro villaggio. Non sono i primi tra la nostra gente a pagare di persona. Ormai prima di spostarsi a fare la spesa o anche solo per andare a lavorare ci si assicura che l’esercito controlli la zona. Anche a noi è capitato di trovarci bloccati dalle sparatorie per tre ore in un tratto di autostrada e siamo riusciti a ripartire solo quando si è formato un corridoio di carri armati che proteggevano gli automobilisti in transito dai tiri dei rivoltosi.

Perché di tutto questo non si parla? Perché non si parla dei tanti militari assassinati in vari agguati, gli ultimi ieri ad Aleppo? Sono tanti i drammatici esempi che potremmo citare. Il fratello di un nostro operaio, tenuto prigioniero a Homs dai ribelli insieme ad altri civili, è ormai considerato morto, due padri di famiglia del nostro villaggio sono stati sempre a Homs dai rivoltosi perché compravano e distribuivano pane a chi era rimasto isolato. La questione che qui, però, ci preme sottolineare e per la quale invitiamo tutti a mobilitarsi è quella delle sanzioni internazionali. Chi sta pagando e pagherà ancora di più fra poco, è la gente povera.
Non c’è lavoro, non ci sono le materie prime e le esportazioni di prodotti locali, come bestiame e uova, sono ferme. Quel poco che c’è, poi, si vende a prezzi esorbitanti.

Tra le principali urgenze c’è quella del latte per i bambini. I prezzi dei cartoni sono raddoppiati, passando da 250 lire siriane a 500 (la paga giornaliera di un operaio è di 7-800 lire). Scarseggia il mangime per il bestiame: le poche confezioni disponibili sono passate da 650 a 1850 lire. Mancano i medicinali specialistici, scarseggia l’elettricità perché i ribelli hanno fatto saltare più volte le centrali e le linee di conduzione. Non c’è gasolio (e l’inverno è stato molto freddo quest’anno), perché la Siria non può più esportare il suo greggio in cambio di petrolio raffinato. I trattori quindi sono fermi e non si può lavorare la terra. Sono bloccati perfino i camion che prelevano la spazzatura. Ci sono problemi con l’acqua perché le pompe funzionano col gasolio. Il nostro villaggio e quello vicino – che condividono lo stesso pozzo – hanno acqua un unico giorno alla settimana e solo per 3-4 ore. Si rischia una vera carestia per l’avvenire: presto mancherà il grano e quindi anche il pane, il solo alimento che, per ora, il governo riesce a distribuire a un prezzo calmierato, anche ai più poveri. E poi si protesta perché la Croce Rossa non può portare aiuti. È possibile arrivare a sanzionare addirittura l’importazione di pannolini per i lattanti?

Tutto questo è profondamente ingiusto. Non si è riusciti a rovesciare il governo con le armi, lo si vuole fare esasperando la gente. Certo, è proprio questa la logica delle sanzioni. Quando, però, una grande maggioranza della popolazione – che piaccia o meno – non vuole un cambiamento violento della situazione, tale sistema diventa una vera sopraffazione. Chiediamo con forza a chi può fare qualcosa di sospendere le sanzioni e di intervenire. Che la nostra tanto osannata democrazia si dimostri capace di servire il vero bene del popolo.

Un gruppo di italiani che vive in Siria
(Testo raccolto da Giorgio Paolucci)
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Avvenire 12 aprile 2012

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Reloaded by TG 24 SIRIA (facebook)

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On SyrianFreePressNetwork at http://wp.me/p1P9ia-YK

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SI AVVERTE CHE IL CONTENUTO DEI VIDEO È MOLTO CRUENTO

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ENGLISH

Italian citizens who live in Syria: «The rebels kill us. Army must remain»

We live in Syria since more than seven years, we love this country and its people. We feel angry and powerless in front of the type of information circulating in Europe and make opinion, supporting international sanctions, one of the most iniquitous weapons that the West uses to keep its hands clean and direct, however, the history of other peoples. Cleaned hands until a certain point: there are always more reports of the presence of military personnel from  England, France (and other countries) on the side of the insurgents to organize guerrilla actions, grave international breaches that passes under silence.
Signatures and funds were collected to help “spring” of the Syrian people.

But those who gave – in perfect good faith – offers in support of “liberation” of Syria has to know to have funded inhuman murderers, providing them weapons, contributed to the manipulation of information, fomented a civil instability that will take years to be resolved. Upsetting the balance in a country where coexistence was the normal situation. Because intervening without to know the reality we are no longer free, but functional for other interests that manipulate us.

It is not our task to provide a reading of the global social-political events Syrian, others are doing it better than us. And everyone who really wants it, can find alternative information. We limit ourselves only to tell what our eyes see, here in the small countryside’s village where we live. And where, almost every night, the soldiers are attacked in the small garrisons which oversees our village. Both the insurgents in the area and the mercenary bands that pass the Syrian border in an attempt to overwhelm the army and open a passage for the flow of weapons and fighters. Do the military respond? Sure, and people is happy because the country is already full of arms and mercenaries.

Is about to expire the ultimatum for the withdrawal of the army, that in the literal sense here nobody wants [the withdrawal of the army]. People feel safe only when the militaries are present. Now the violence committed by so-called liberators in cities, villages, roads,  are so much and brutal that people only want to see them defeated. The abuses are ongoing: killings, homes and property are seized or burnt, people, children used as human shields. The rebels are blocking the streets, and they shoot against the cars of civilians, raping, massacring and kidnapping to extort money from victims? Inventions? On the night of Good Friday, not far from where we live, they killed a boy and wounded two others: they were returning to their homes to celebrate Easter. The dead boy was 30 years old and he was in our village. And they’re not the first among our people to pay in person. Now before moving to the grocery store or just go to work, you ensure that the army controls the area. Also to us it happened to find ourselves blocked from shooting for three hours in a stretch of highway and we were able to start only when was formed a corridor of protected tanks that protected the motorists in transit from the shooting of the rebels.

Why does none talk about all this? Why no mention of the many soldiers killed in various ambushes, the latest yesterday in Aleppo? There are many dramatic examples that could be cited. The brother of one of our workers, held captive by rebels in Homs along with other civilians, is now considered dead, two fathers of our village were always in Homs by insurgents because they bought and distributed bread to those who had been cut. However the point that we want to underline and which to we invite everyone to mobilize is the one about the international sanctions. Who is paying and will pay even more in a few moments, is the poor people.
There are no jobs, there aren’t the raw materials and the exports of local products, like cattle, and eggs are firm. What little there is, then, is sold at exorbitant prices.

Among the major emergencies is that of milk for the children. The prices of the boxes have doubled, from 250 Syrian liras to 500 (the daily wage of a worker is 7-800 Syrian liras). For livestock feed is scarce: the few packs available increased from 650 to 1850 Syrian liras. Shortage of specialist medicines, electricity is scarce because the rebels have blown up, several times, the centrals and the lines of conduction. There is no oil (and the winter was very cold this year), because Syria can no longer export its crude oil in exchange for refined oil. The tractors are stopped and then you can’t work the land. Even the trucks, that pick up the garbage, are now blocked. There are problems with water because the pumps work with diesel fuel. Our village and its neighbor – that share the same well – have water one day at week and only for 3-4 hours. We risk a real famine for the future: soon will miss also the wheat and the bread, the only food that, for now, the government is able to distribute at controlled prices, even to the poorest. And then people protest because the Red Cross can not bring aids. Is it possible to sanction even the importation of diapers for infants?

All this is deeply unfair. It has not managed to overthrow the government by force of arms, so they try it by exasperating people. Of course, this is the logic of sanctions. When, however, a large majority of the population – like it or not – does not want a violent change of the situation, that system becomes a real abuse of power. We urge those who can do something to suspend the sanctions and to intervene. That our much vaunted democracy will prove to be able to serve the true good of the people.

English translation by Ryuzakero

Author Ryuzakero

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