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Il terrorismo fondamentalista islamico nei Balcani

di Veselin Konatar – da Rinascita quotidiano

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(Correlato:Syrian ‘Opposition’ Studies Terror Tactics in Kosovo – ‘Opposizione’ siriana studia tattiche di terrore in Kosovo – (Eng/Ita) Text+Video“)

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“I mujahedin bianchi” balcanici – un anello nell’agenda della jihad globale

I Balcani sono da sempre un’area d’incrocio delle strade e degli interessi delle grandi potenze, un luogo nel quale loro acquistavano o perdevano lo status di una “potenza”. Per questo motivo la storia di quest’area à sempre stata legata in modo indissolubile agli avvenimenti mondiali più importanti.
Nel mondo moderno e nel tempo di cambiamenti globali veloci ed imprevedibili cresce constantemente il numero di scontri sociali. Gli attori di tali scontri sono anche, oltre agli Stati, i soggetti non-statali come gruppi religiosi, movimenti e organizzazioni che trovano la via di resistenza ai fattori che non accettano nelle attività radicali in contrasto con i valori della civiltà moderna. Uno di questi fenomeni è il terrorismo fondamentalista islamico.

Il processo di creazione delle “nuove nazioni” (bosniaca e kosovara), delle nuove lingue e nuove culture è stato iniziato dai leader musulmani ed albanesi quando loro hanno accettato le idee radicali islamiche, e si svolge attraverso la revisione della storia, attraverso l’appropriazione e l’annullamento dell’eredità culturale e della tradizione altrui. In tal modo la riconfigurazione e la falsificazione della propria identità storica diventano una base per l’alleanza con chi ha gli stessi principi religiosi, nel fanatismo, senza senza riguardo alla provenienza di tali alleati. Tale legame verso molti Paesi islamici ha contribuito a che gli islamisti radicali diventassero una realtà balcanica, mentre la loro distruttività è evidente. Le dimensioni profonde della conseguenza di tale problema non sono considerate seriamente, si trascurano o nascondono intenzionalmente.

Dopo la fine delle guerre dei Balcani nel 2000 si è verificato che il problema dei mujaheddin venuti negli anni novanta come “umanitari” o “missionari” durante la guerra è stato il male minore rispetto a a quel che sarebbe accaduto negli anni dopo le guerre.

Si è verificato che la vera missione dei mujaheddin nei Balcani ha avuto il compito di trovare i seguaci nell’interno della società musulmana balcanica e creare un’organizzazione che avrebbe ereditato e diffuso le loro idee per creare una base per una penetrazione ulteriore dell’Islam radicale nell’Europa e per commettere atti terroristici.

Ci sono riusciti, purtroppo. Sono apparsi i “mujaheddin bianchi” o la cosiddetta Al Qaida “bianca” con gli attivisti dai capelli biondi e dagli occhi azzurri che creano un ponte, cioè una “trasversale verde”, dall’Afganistan e Pakistan, tramite Turchia, Macedonia, Albania, Serbia, Montenegro e Bosnia, fino all’Europa occidentale. Nelle proiezioni islamiste si tratta della terza campagna vittoriosa dell’Islam contro l’Europa.

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Il “Risveglio” islamico
nei Balcani

Certi autori sottolineano che gli scontri religiosi nel mondo moderno stanno languendo per il processo di ateizzazione, che la religione si sta ritirando nella sfera privata e cessa d’essere uno strumento politico1. Molti analisti, soprattutto occidentali, non hanno voluto accettare che gli scontri balcanici avessero un carattere religioso affermando solo i motivi politici e etnici. Altri autori, invece, hanno definito questi scontri come gli scontri di due civiltà – dell’ortodossia e dell’Islam2. Sono però sempre di più quelli che affermano che non bisogna assolutamente escludere il fattore religioso nelle guerre dell’ex Jugoslavia,
Oltre al fatto noto che i musulmani balcanici mantengono le origini cristiane di coloro che avevano accettato l’Islam per conservare i privilegi avuti ai tempi ottomani, bisogna sottolineare che gli strateghi e visionari musulmani hanno sempre considerato l’area balcanica come una zona di loro interesse speciale cercando sempre di trovare tra gli ortodossi “islamizzati” i seguaci fedeli della creazione di un Califfato islamico musulmano al livello planetario.

Alija Izetbegovic (noto presso i fondamentalisti e terroristi islamici come Ali Izet) è stato un uomo chiave per la diffusione del fondamentalismo islamico nella nuova storia dei Balcani. È stato un collaboratore delle forze d’occuppazione naziste durante la Seconda guerra mondiale. Ha lavorato per reclutare i giovani musulmani per un’unità nazista della Bosnia, la cosidetta “SS Divisione cangiaro” (Divisione del pugnale turchesco). Poi è stato il presidente di una delle repubbliche della ex Jugoslavia e il primo presidente della Federazione della Bosnia ed Erzegovina dopo l’accordo di Dayton del 1995. È stato un fanatico islamista che ha scritto negli anni ottanta del secolo scorso un manifesto ideologico, intitolato Dichiarazione islamica, che predica l’Islam come una base per tutti i settori della vita sociale. In tale Dichiarazione, diventata un testo d’obbligo per i giovani musulmani, si dice che “bisogna creare una società islamica unita dal Marocco all’Indonesia”, cioè che bisogna creare uno stato globale islamico – UME (Umma). Per Izetbegovic il panislamismo è l’obiettivo finale dell’Islam e perciò ogni musulmano del mondo ha il dovere di diffondere l’idea dell’unione di tutti i musulmani del mondo.
Con la Dichiarazione islamica, che ha gettato le basi del programma del partito politico di Izetbegovic, è stata realizzata la prima fase nella quale i musulmani bosniaci sono stati trasformati da una nazione europea in una comunità islamica di tipo non storico, ma islamica per i suoi obiettivi.

Cercando di trasformare la Bosnia ed Erzegovina in uno stato islamico in Europa senza molti scrupoli, Izetbegovic annuncia nel 1991: “Se oggi non esiste il fondamentalismo, allora ciò non vuol dire che non esisterà nel futuro… allora non ci sarà solo il fondamentalismo ma anche il terrorismo senza fine. Decine di migliaia di giovani musulmani non permetteranno di rimanere senza una loro patria e loro sono pronti a difendersi con un terrorismo di dimensioni orribili3”. Risulta interessante che gli atteggiamenti del genere di Alija Izetbegovic non hanno danneggiato la sua reputazione nell’Occidente, mentre dall’altra parte sono stati accettati con entusiasmo dagli ambienti musulmani radicali e dalle organizzazioni estremiste musulmane che vedevano in lui il padre della nazione, ma non a guisa di Ataturk in Turchia, bensì come un padre della nazione che lottava per una nazione musulmana globale e per uno stato musulmano globale basato sui principi islamici4.
In questo modo Izetbegovic ha spinto coscienziosamente la propria nazione nel vortice degli scontri con i “fratelli di sangue” cristiani, offrendogli anche gli esempi del mondo arabo (la rivoluzione iraniana, la Repubblica islamica in Pakistan, Palestina, Afganistan, ecc.) e preparando la Bosnia ed Erzegovina a diventare una base logistica per l’appoggio alla rete globale del fondamentalismo islamico. Tali visioni diventano un’istruzione particolare per “i missionari del risveglio islamico” che hanno portato all’arrivo degli stranieri in un paese lontano nel quale iniziavano due tipi di conflitto – il conflitto dei musulmani con gli “infedeli” e il conflitto nell’interno della comunità islamica.

La venuta dei mujaheddin nel suolo europeo

I Balcani sono un territorio che offre dei buoni presupposti per l’impostazione di un fronte jihadista in Europa, la quale è meritevole con le sue azioni poco logiche e suicide, insieme all’America, per la venuta dei guerrieri jihadisti nei balcani negli anni novanta del secolo scorso. Pure una Risoluzione del Congresso americano del gennaio del 1997 dice chiaramente che Clinton ha contribuito “alla trasformazione della Bosnia in una base militante islamica”5.

Secondo Henry Kissinger l’appoggio ai musulmani faceva parte di una strategia basata sul presupposto che l’Islam fosse più vicino all’etica occidentale e all’anticomunismo del cattolicesimo e dell’ortodossia. Per questo i musulmani e gli albanesi rappresentavano per l’Occidente, nella guerra civile, la “parte buona” il che non permetteva mai un riesame di tale politica.

Dopo l’Afganistan era necessario trovare un luogo per i “guerrieri santi” islamici e si è colta la prima occasione per proclamare una jihad nella Bosnia ed Erzegovina la quale, per la sua posizione geografica unica tra l’Europa occidentale e il Vicino Oriente, sarebbe stata un punto di partenza ideale per un’ulteriore espansione nell’Europa.

C’erano due pressupposti per la venuta dei mujaheddin nella loro missione religiosa nei Balcani. Il primo è stato il conflitto armato con la partecipazione musulmana e il secondo l’esistenza di un movimento locale: il “Risveglio islamico”. Tale situazione è stata verificata dal leader di Al Qaida, Osama Bin Laden in persona, mentre visitava la Bosnia ed Erzegovina e l’Albania6. Le città visitate da Bin Laden, mentre preparava il terreno per le attività guerresche nell’ex Jugoslavia, sono state Sarajevo, Zagabria, Vienna e Tirana e messe a fuoco solo dopo l’11 settembre 2001. Quasi tutti i mujaheddin sono stati arruolati nel Terzo corpo dell’Armata di Bosnia ed Erzegovina nella quale è stata incorporata l’unità “El mujahhid”, comandata direttamente dalla presidenza della Bosnia ed Erzegovina cioè dal presidente Alija Izetbegovic. Joseph Bodansky definisce quest’unità formata nel 1993, come una guardia pretoriana del presidente Izetbegovic7. Solo molti anni dopo l’unità “El mujahhid” sarà vista in tutto il mondo come “una culla comune” dalla quale è nata la rete terrorista internazionale dal Medio Oriente al Canada8. La coordinazione regionale tra le legioni mujaheddin dei Balcani è stata fatta tramite un egiziano, Ajman al Zawahiri, il quale ha aperto un ufficio a Sofia, nel 1992, dal quale dirigeva le operazioni terroriste della Bosnia ed Erzegovina9.

Dal 1992 alla firma dell’Accordo di Dayton del 1995, un gran numero di volontari dai paesi islamici è arrivato in Bosnia ed Erzegovina. La maggior parte delle fonti parla di una cifra tra 15.000 e 40.000. Joseph Bodansky valuta un numero tra 15.000 e 20.000, mentre le fonti serbe parlano di numeri molto superiori perchè solo nelle attività civili nell’ambito di cosidette “organizzazioni umanitarie” c’erano da 4.000 a 6.000 mujaheddin10. Per esempio, il numero di combattenti stranieri nell’Afghanistan si aggirava intorno ai 25.000 secondo i dati di un amico di Bin Laden, Halid al Fauvaz e secondo Milt Berden che all’epoca conduceva le operazioni CIA in Afghanistan11. Molti di questi mujaheddin sono stati iscritti ai registri di cittadini bosniaci senza alcuna verifica, hanno ottenuto i passaporti, si sono sposati e diventati i cittadini della Bosnia12. La comunità internazionale iniste, ma solo ora, quasi vent’anni dopo, a fare una revisione di più di 20.000 cittadinanze assegnate. Secondo i dati del giornalista Ronen Bregman del giornale israeliano Jediot Ahronot, negli anni novanta del secolo scorso i 12.000 mujaheddin hanno ottenuto i passaporti bosniaci13. Tra questi c’erano 3.000 mujaheddin estremisti.

Il giornale bosniaco Dani (Giorni) aggiunge: “Non esiste quasi nessuno in qualsiasi parte del mondo che produce le bombe con grandi quantità di nitro glicerina che non abbia il passaporto bosniaco”14. Il gornale albanese Gazeta Shiqptare15 affermava che Osama Bin Laden aveva oltre al passaporto bosniaco anche migliaia di passaporti albanesi.

Inviati di Bin Laden nel Kosovo e Metohija

Nella Diciottesima Conferenza Islamica che ha avuto luogo in Pakistan nel 1998, il separatismo e il terrorismo albanese, che avevano per obiettivo la creazione di una Grande Albania, sono stati definiti come jihad. Questa definizione rappresentava l’invito a tutto il mondo musulmano ad aiutare “la lotta per la liberazione di territori musulmani occupati”. La collaborazione tra la formazione terroristica albanese detta Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) e le formazioni estremiste islamiche, i mujaheddin e i terroristi di Al Qaida è nata subito dopo tale invito. Tutto quanto faceva parte della strategia globale islamista nella quale agli albanesi, insieme alle reclute islamiche della Bosnia, della Serbia, della Macedonia e del Montenegro, era stato assegnato il compito d’essere il pugno di combattimento per la penetrazione della jihad e per il suo insediamento nell’Europa.

Il trasferimento di “guerrieri santi” della Bosnia, dell’Albania e da altri paesi islamici nel Kosovo inizia alla fine del 1988 sotto il diretto comando di Osama Bin Laden e di Al Qaida16. Paralellamente con il trasfermento di mujaheddin nel Kosovo, l’Esercito di liberazione del Kosovo, considerato fino a quel momento un’organizzazione terrorista è stato cancellato dalla lista nera. L’unità mujaheddin chiamata “Abu Bekir Sidik”, che operava nel Kosovo, è stata formata in Bosnia con l’aiuto degli istruttori e dei mezzi finanziari arrivati dall’Arabia Saudita e dalla Turchia17. Uno dei comandanti dell’UCK è stato Mohamed al Zawahiri, che comandava un’unità d’elite durante i conflitti del Kosovo18.

Il leader moderato albanese del Kosovo e Metohija, Ibrahim Rugova, ha capito il pericolo degli islamisti radicali, e ha avvertito i partiti nati dall’UCK che stavano tollerando i centri terroristici internazionali sotto il loro controllo aggiungendo che “.. i membri dell’UCK sono pronti ad organizzare le attività terroriste per conto di Osama Bin Laden”19. Trnava, il mufti della Comunità islamica del Kosovo, afferma che il Kosovo attuale è un dormitorio e un centro di reclutamento di fondamentalisti islamici, e chiede all’EULEX e alla KFOR come pure delle cosiddette autorità kosovare, di fare controlli più rigorosi sull’ingresso di fondamentalisti islamici nel territorio del Kosovo perchè testimonia che i wahabiti e i mujaheddin hanno creato alcune cellule nel Kosovo che servono per attirarvi i giovani albanesi kosovari20.
Il risultato della guerra per l’indipendenza del Kosovo è la creazione di uno stato “corrotto” ed etnicamente puro sotto controllo atlantista che si è trasformato in un serbatoio senza fine per i quadri di Al Qaida “bianca”.

Dopo la cessazione delle guerre del Kosovo del 1999, nel marzo del 2001, in Macedonia c’è stata una riscossa albanese guidata da una corrente dell’UCK vicina a Osama Bin Laden. Il primo ministro macedone Ljupco Georgijevski ha subito segnalato la presenza di “nuovi talebani” creati dall’Occidente.

La rivista Spiegel contribuisce a tale affermazione all’inizio del settembre del 2001 e presenta un ritratto di uno ei comandanti dell’UCK notando che sul suo scialle c’era una scritta in arabo che diceva: “La guerra per la patria in nome di Allah”21. Una cosa simile a quanto successo nel Kosovo dove il fratello di Ajman al Zavahiri ha partecipato nelle lotte della “resistenza”22.

Con la guerra tra gli albanesi e macedoni, la Macedonia è stata divisa di fatto in due parti etnicamente pure, la parte occidentale – albanese, e la parte orientale – macedone.

I Balcani: una caserma terrorista ed una piantagione di “mujaheddin bianchi”

In un’intervista fatta ai mass media occidentali, lo sceicco Abdurahman Al Dosri, il primo comandante incontestabile dei mujaheddin in Bosnia, ha dichiarato che i mujaheddin hanno due compiti: il primo è il jihad e il secondo la dawa, il che vuol dire l’insegnamento “dell’Islam vero”23. Lui intendeva la pratica dell’Islam secondo le regole wahabite.

Subito dopo il loro arrivo nei Balcani, i missionari wahabiti hanno cominciato una grande lotta per influenzare gli imam e i fedeli locali considerandoli non educati religiosamente. Gli hanno comunicato quali sono le concezioni che dovevano correggere senza lasciar loro alcuno spazio di manovra. La situazione difficile della popolazione locale dopo la guerra ha contribuito pure al processo accelerato dell’indottrinazione perchè i missionari wahabiti la sfruttavano condizionando gli aiuti umanitari con l’accettazione di nuove regole di comportamento. Lo facevano sopratutto le organizzazioni umanitarie legate all’Arabia Saudita che ha speso, tra il 1975 e 2003, oltre 70 miliardi di dollari americani per gli aiuti umanitari e per le attività missionarie all’estero24. I progetti islamisti si finanziano in questi anni nei Balcani con 50 milioni di dollari all’anno.

Con questi mezzi, meglio dire con il loro “riciclaggio” e versamento su molti conti, si finanziano a migliaia di giovani imam futuri wahabiti gli studi nei paesi arabi, si incrementa la natalità, si pubblicano numerosissimi libri nei quali si diffonde il wahabismo e si glorifica il martirio sulla strada verso Allah, si costruiscono i centri di cultura islamisti, scuole medie musulmane, centinaia di moschee di tipo nuovo e altre costruzioni che in realtà rappresentano i centri di reclutamento e di contatti di giovani musulmani con l’ideologia dell’Islam militante. In presenza delle istituzioni militari e poliziesche internazionali presenti in tutti i Balcani si realizza senza alcun ostacolo la creazione di una struttura terrorista di altissimo livello rinforzata quotidianamente dai “mujaheddin di casa” o dalla Al Qaida “bianca” sostenuta dai politici musulmani. In tal modo sta svanendo l’aspetto multiconfessionale balcanico e si separano sempre di più due comunità religiose, quella musulmana da quella cristiana, mentre i capi religiosi appaiono sempre di più interessati alle dispute politiche e pubbliche25. Spicca particolarmente Mustafa Ceric, leader dei musulmani balcanici, “la stella guida dell’Islam in Europa e un personaggio di primo rilievo della Bosnia ed Erzegovina”, il quale si trova al 39esimo posto del libro “I 500 musulmani più influenti del mondo del 2009”26.

Una volta nelle città dell’ex Jugoslavia non si distinguevano i musulmani dal resto della popolazione per il loro aspetto esterno, non c’erano burqa, barbe wahabite, gli zar – i pantaloni accorciati – ma ora se ne vedono tanti e ci sono addirittura certe aree che sono diventate oasi chiuse nelle quali vivono secondo le loro leggi i mujaheddin arabi e nazionali con le loro famiglie. Il quotidiano croato Slobodna Dalmacija ha visitato un tale paesino e ha pubblicato che ci vivevano “300 mujaheddin con le loro 900 donne”27, alcune di queste hanno fatto gli addestramenti presso i centri d’addestramento dei terroristi e poi sono state incluse nell’organizzazione “Vedove nere”.

Il punto di collisione tra gli Usa e l’Europa da una parte e gli alleati islamici radicali dall’altra diventa molto più visibile dopo gli attacchi terroristici contro dell’11 settembre 2001, e si rivelano molti segreti nascosti prima come quelli della partecipazione della famiglia reale saudita al finanziamento del terrorismo internazionale. Si è rivelato pure che tra le sette persone chiave dell’attentato dell’11 settembre 2001, almeno quattro persone hanno combattutto contro i serbi in Bosnia negli anni novanta del secolo scorso28.

Il collegamento balcanico riappare anche negli atti terroristici di Madrid nel 2004 e di Londra nel 2005. Dopo l’atto terrorista di Madrid è stata trovata nell’appartamento di Edin Barakata Jarkas, dopo il suo arresto, una mappa con collegamenti disegnati tra Ancona, Spalato e Zenica, in Bosnia. I giornalisti spagnoli ne hanno concluso che l’Al Qaida spagnola “era composta da mujaheddin addestrati nei campi presso Zenica”29. Il “filo balcanico” emerge ancor più visibile e importante dal fatto che la casa di Madrid nella quale si producevano sacchi-bomba apparteneva a Mohamed Neeld Akaid, un veterano delle guerre della Bosnia, e dal fatto che il marocchino Abdelmajid Bushar è stato arrestato nel 2005 a Belgrado.
Dopo l’atto terroristico di Londra è nata una polemica sul tipo e sull’origine dell’esplosivo usato, e il Sunday Times ha scritto, il 13 luglio 2005, basandosi sugli esami forensi: “La miccia era quasi identica a quelle trovate nei sacchi-bomba usati un anno prima nell’atto terroristico di Madrid”30. Joseph Bodansky conferma che l’esplosivo è arrivato dai Balcani, ma un settimana dopo qualcuno fa svanire “la connessione balcanica” dalle pagine dei giornali.

Si potrebbe affermare che la connessione balcanica del terrorismo islamico in Europa è stata notata dieci anni prima a Parigi, e precisamente il 5 luglio 1995, quando una bomba è stata fatta esplodere nella metro parigina. Sulla stampa sono apparse notizie riguardo ad alcuni presunti colpevoli che hanno dichiarato d’essere stati addestrati in Bosnia ed Erzegovina, ma queste dichiarazioni non sono state ufficialmente confermate.

Il corpo senza testa di un americano, Nicolas Berg, era stato trovato l’8 maggio 2004 a Baghdad e alcuni giorni dopo su Interet comparve un filmato che mostrava la sua decapitazione. Tutto il mondo ne fu raccapricciato.

Se i cittadini dell’Occidente non sapevano di questo rito dei “guerrieri santi”, i politici e i servizi segreti dei loro paesi lo sapevano certamente. I “guerrieri santi” arabi hanno per la prima volta usato questo rito contro i serbi in Bosnia, un fatto che non è mai stato presentato al pubblico occidentale dai loro mass media, anche se ne esistevano tanti filmati. Ogni servizio serbo che trattava questo rito orrendo era stato rigettato e definito come propaganda serba.

La decapitazione usata dai fanatici musulmani non si usava solo contro i serbi ma anche contro i croati cattolici. Un testimone croato dice che “la decapitazione delle vittime è stato un rito abituale dei mujaheddin… tutti i condannati alla morte venivano messi in un cerchio. Poi si decapitava il primo in fila e si porgeva al seguente condannato la testa tagliata che doveva baciare. Poi quella testa andava da un condannato ad un altro per essere baciata. Si tagliava la testa al seguente condannato e così via fino all’ultimo”33.

Regina Krajs (alias Doris Glik), moglie del mujaheddin arabo Red Sejam, ha informato la polizia tedesca delle attività di suo marito in Bosnia: “Produceva i filmati con i delitti… Uno di loro… potrebbe condannarlo alla morte. Si vedono alcuni mujaheddin che giocano a calcio con le teste di tre serbi che hanno tagliato poco prima”34. Lei descrive l’esecuzione: “Accanto all’uomo in ginocchio ho riconosciuto lo sceicco Abu Abdel Ahmed al Masria, capo dei mujaheddin…
Dopo una mossa velocissima, l’uomo che stava in ginocchio è caduto per terra e qualche cosa volava per aria. Era la sua testa”35.

Questo rito, sempre filmato e messo in circolazione per motivi promozionali, è stato poi addottato dagli islamici nazionali balcanici (musulmani e albanesi). Hisen Serifi, un albanese del Kosovo che sta in prigione in America per scontare una pena di 45 anni per aver programmato gli attacchi terroristici contro la base dei marines americani in Virginia nel 2009, ha ordinato dalla prigione stessa la decapitazione di tre testimoni che dovevano deporre contro di lui, ma l’operazione era stata fermata dalla FBI. Serifi aveva la residenza negli Usa e andava spesso nel Kosovo nel 2008 per aizzare la gente al jihad e per addestrare i terroristi albanesi. Con Serifi è stato arrestato anche un musulmano bosniaco, Anes Subasic.

Arid Uka, un albanese del Kosovo appartenente ad Al Qaida “bianca” ha ucciso nell’aeroporto di Francoforte nel marzo del 2011 due soldati americani e ne ha feriti altri due. Le indagini hanno dimostrato che Uka ha svolto un addestramento terrorista nel 2010 in Bosnia ed Erzegovina. Secondo la stampa serba lui apparteneva ai seguaci dell’unità mujaheddin “Abu Bekir Sidik” – un ala kosovara di Al Qaida. Gli agenti dell FBI hanno scoperto che Uka aveva un suo sito elettronico per invitare i giovani musulmani a diventare i “guerrieri santi” e sul quale c’erano le dichiarazioni di “guerra santa” contro gli ebrei e americani. È stato conannato all’ergastolo.

L’FBI ha arrestato nel gennaio 2012 Sami Osmakac, un albanese del Kosovo e membro di Al Qaida per un tentativo terroristico in Florida. Osakac è stato addestrato in Turchia e visitava anche i campi d’addestramento in Bosnia ed Erzegovina. L’accusa afferma che lui aveva girato anche un filmato per spiegare i motivi degli atti terroristici che aveva in mente di fare.

Un po’ prima, nell’ottobre del 2001, nelle vicinanze di Jalal Abad in Afganistan, è stata trovata la documentazione di un altro albanese del Kosovo, Damir Sabani, un modulo compilato a mano nel quale c’era scritto: “Sono interessato ad azioni suicide. Ho un esperienza di combattente dell’esercito di liberazione contro le forze serbe e quelle americane. Consiglio le operazioni (suicide) contro i parchi (di divertimento) come Disneyland”36. Nel dicembre del 2002, è stato arrestato in Serbia un musulmano, Sabahudin Fijuljanin, che era stato notato mentre osservava una base delle forze internazionali in Bosnia. Oltre alle armi possedeva sul passaporto i visti dell’Iran e della Turchia, come pure una lettera nella quale chiedeva ai suoi genitori di perdonargli di non essere più vivo “perchè ha comprato un posto presso Allah”37. Si trattava dunque di un terrorista suicida.

Un musulmano bosniaco, Muamer Topalovic, ha ucciso quattro membri di una famiglia cattolica nella notte tra il 24 il 25 dicembre del 2002. Durante il processo ha dichiarato d’averlo fatto per i motivi ideologici e religiosi.
Il tribunale della Bosnia ed Erzegovina ha condannato all’inizio del 2007 Sead Bektesevic e i suoi collaboratori per aver preparato gli attacchi terroristici suicidi contro le ambasciate occidentali. Durante il processo, questo combattente musulmano suicida ha dichiarato d’essere stato addestrato per gli atti terroristici in Bosnia e d’aver imparato a costruire congegni esplosivi. Ma nessuno in Europa ha mai voluto parlare della Bosnia come di un poligono d’addestramento di terroristi suicidi.

Verso la fine dell’ottobre del 2011, un wahabita di Novi Pazar, una città del sud della Serbia, Mevlid Jasarevic, membro dell’organizzazione estremista dei giovani musulmani “Al Furkan”, ha attaccato di giorno l’ambasciata nordamericana di Sarajevo. Lui pure era stato addestrato nei campi in Bosnia ed Erzegovina.
Ci sono centinaia di atti terroristici simili fatti da parte dei fanatici, sia albanesi sia musulmani, anche contro le persone moderate delle loro stesse comunità etniche. Sarebbe molto sbagliato pensare alla Bosnia solo come ad un nido dal quale si difondono il wahabismo e l’islam radicale, perchè il wahabismo dei Balcani esiste da sempre nell’area del Kosovo e Metohija. Quando nel 2010 fu vietato ad una ragazza di Pristina di portare lo zar, poco dopo ci fu un raduno massiccio di gente albanese per protestare. La folla gridava: “Alahu akbar! ”.

C’è il forte dubbio che i wahabiti non siano mai stati condannati a dovere dall’Occidente per i loro atti terroristici fatti in tutto il mondo, il che potrebbe essere interpretato come un desiderio dell’Europa occcidentale e dell’America di mantenere ad ogni costo buoni rapporti con l’Arabia Saudita. Ne testimonia anche il vocabolario dei mass media occidentali che non definiscono mai come wahabismo estremista questi atti e i loro protagonisti, ma parlano sempre di islamismo radicale, di fondamentalisti islamici, usando altri termini non precisi.

Conclusioni

La scena balcanica, piena di “mediatori internazionali”, “alti rappresentanti”, “moderatori”, “inviati”, “attivisti umanitari”, “negoziatori”, manipolatori mediatici e investigativi, assieme a tanta altra gente mediocre che s’illudeva di rivestire grandi ruoli, è stata fatta apposta così per presentare al pubblico occidentale un’immagine distorta degli avvenimenti. A differenza di questi attori fasulli, i “missionari” islamici hanno interpretato ruoli veri e vitali. La rivoluzione islamica è riuscita nei Balcani e dalla leggenda della “guerra santa” contro gli “infedeli”, nel mito degli eroi della rivoluzione, cioè dei mujaheddin e dei martiri, nascono e si allevano migliaia di nuovi seguaci dello jihad moderno. Il seme del fanatismo è stato seminato con la grande benevolenza occidentale e i suoi frutti, le vittime innocenti non solo nei Balcani, ma in tutto il mondo, nascono in tutto il pianeta. Il corridoio europeo è stato aperto e l’appoggio finanziario (“umanitario”) è illimitato. L’obiettivo finale giustificherà i mezzi investiti se l’Occidente non si risveglierà dal suo sogno di pregiudizi e di conclusioni sbagliate.

Traduzione in lingua
italiana di Dragan Mraovic

NOTA DEL TRADUTTORE

Il Prof. Veselin Konatar (nato nel 1965 a Bijelo Polje nel Montenegro) ha lavorato per molti anni nell’agenzia di sicurezza nazionale del Montenegro. È uno specialista per la difesa dal terrorismo, nonché docente universitario. Ha pubblicato molti contributi e libri sui temi del terrorismo in Serbia e all’estero, sull’attività investigativa dello stato, sui metodi di raccolta dei dati d’informazione relativi alla sicurezza nazionale, sui problemi etici del spionaggio, sulle decisioni politiche relative al controspionaggio, sugli interventi dei servizi di spionaggio nella politica estera, sulla criminalità organizzata, sul terrorismo in genere e sulle attività di controspionaggio, ecc. Attualmente sta facendo una tesi per diventare professore associato presso la Facoltà di scienze politiche di Novi Sad, in Serbia.

Nel suo testo, che qui presentiamo “I mujahedin bianchi” balcanici – un anello nell’agenda del jihad globale” – spiega il processo d’islamizzazione del mondo come un processo che dura e che segue le sue strade. Una di queste strade, forse la più importante dal punto di vista degli strateghi islamici, sono i Balcani, le porte d’Europa. Le dimensioni di questo problema vengono trascurate dall’Occidente per molti motivi o vengono offuscate intenzionalmente, contribuendo in tale maniera, al fatto che una regione multiculturale si trasformi nella culla del jihad e nel focolare dei “mujaheddin bianchi”.

Con la creazione della Bosnia musulmana e con la separazione forzata del Kosovo e Metohija dalla Serbia con l’aiuto dei governi filoatlantisti occidentali, sono stati creati pure i presupposti per una circolazione senza ostacoli degli islamisti radicali e dei potenziali terroristi provenienti dai paesi arabi, ormai insediatisi nella Bosnia e nel Kosovo e Metohija.

Nel testo si analizza un’immagine oggettiva delle cause, dei promotori e delle conseguenze possibili dell’aumento del numero dei fanatici religiosi islamici nella Bosnia e nel Kosovo che si sono insediati nei Balcani per partecipare direttamente o indirettamente ad azioni terroristiche, non solo nei Balcani, ma sopratutto a Parigi, Madrid, Londra, New York per “ringraziare” l’Occidente per il suo aiuto nella creazione di due stati islamici nel cuore dell’Europa.

Dragan Mraovic
Belgrado

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Pubblicato da Rinascita quotidiano il 18/5/2012
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